di Lisa Pinto
Una luce fredda filtrava dalla finestra. Un filo di vento muoveva appena le tende celesti, proiettando ombre ondeggianti sulle pareti grigio blu. La stanza era angusta, l’aria densa, c’era un silenzio anomalo. Pareva di essere chiusi in un acquario, di respirare sott’acqua. Erano le cinque di pomeriggio, ma sembrava piena notte.
Sedeva alla scrivania, raggomitolato sulla sedia. Lo sguardo era fisso sul cellulare che stringeva tra le mani, la luce blu dello schermo gli illuminava il volto stanco e scavato. Era circondato da documenti, fogli sparsi, libri con gli angoli piegati per segnare le pagine. La bacheca appesa al muro era inclinata, appesantita da note e bigliettini. Sul calendario erano cerchiati in rosso impegni, consegne, esami: era oberato di lavoro, gli appuntamenti si accavallavano, le scadenze erano pericolosamente vicine e avrebbe avuto bisogno di una giornata di quarantotto ore per poter chiudere qualche parentesi in sospeso.
La pressione era sempre più opprimente, si accumulava poco alla volta. Inizialmente era solo una pozzanghera, quel velo d’acqua sufficiente a scivolare se non si presta attenzione. Con il tempo il livello era salito giorno dopo giorno. Prima alle caviglie, poi alle ginocchia, alla vita, al collo. I movimenti erano rallentati e la maggior parte delle energie doveva essere risparmiata per rimanere a galla, per risalire nonostante un peso interiore, indefinito e immateriale, ma più che mai reale, che lo ancorava sul fondo.
Il problema è che non si trattava di pigrizia o inettitudine. La sua era inerzia. Provava disperatamente a trovare un motivo per alzarsi la mattina, una ragione per aprire quel libro sul comodino, ormai coperto da uno strato di polvere, per rispondere alle chiamate, per uscire di casa anche solo per riemergere da quell’acquario.
Ma la sua stasi prevaleva su ogni forza, su qualsiasi tentativo. Nonostante lo sforzo, quindi, era lì, raggomitolato su quella sedia, inondato dalla luce del cellulare. La casella di posta sembrava sul punto di scoppiare da quante email aveva lasciato in sospeso. Era sommerso di messaggi di amici ignorati per mesi, impegni e appuntamenti rinviati all’infinito. Lentamente stava staccando ogni filo che lo collegava alla realtà, stava prendendo la deriva da solo. I colori gli parevano meno saturati, una scala di grigi che si espandeva e avvolgeva qualsiasi oggetto, persona o paesaggio incontrasse sulla sua strada. Ogni suono risultava sempre più ovattato, un rimbombo lontano, uno sciabordio indefinito. I vuoti di memoria diventavano più ingombranti, come se i ricordi fossero stati diluiti e lo spazio lasciato dovesse essere riempito da qualcosa. Dal vuoto.
Il livello dell’acqua aumentava sempre più, occupava ogni centimetro, fino all’orlo. Apnea. Tutto si fa buio, si perde il contatto con la realtà.
Poi la porta si schiude, un volto fa capolino da dietro lo stipite. Tutto bene? Di nuovo l’acquario? Vuoi parlarne? Un cenno d’assenso. L’acqua si dilegua. Respiro.
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