di Alice Pellicciotti

La parola “coscienza” è ormai entrata nel nostro linguaggio comune da tempo e molto spesso tendiamo ad usarla nelle maniere più varie, come quando esclamiamo a qualcuno che ha compiuto un gesto riprovevole: “Non hai una coscienza!”. La maggior parte delle volte, però, non sappiamo cosa significhi esattamente questa parola e quanto e in quale modo la coscienza sia implicata nel rapporto tra mente e corpo. Il problema, rilanciato da R. J. Searle è proprio questo: “[…] qual è la causa della coscienza e che cosa la stessa coscienza causi […]” (R. J. Searle, Il mistero della coscienza, p. 158)

É affascinante come il rapporto tra mente e corpo sia sempre stato, sin dagli inizi della filosofia moderna, una questione ampiamente discussa e abbia messo in crisi filosofi e neuroscienziati.

Quando si pensa a questo dualismo viene subito in mente il “dualismo cartesiano” che è rimasta la deduzione più brillante e quanto più vicina alla verità possibile fino al Novecento, quando con Freud e la nascita della psicanalisi e delle neuroscienze, la disputa sulla coscienza e sulle connessioni con il corpo ha preso un’altra direzione.

Secondo Cartesio l’uomo era prima di tutto un essere pensante e poi un essere dotato di un involucro esterno, costituito da un’estensione, che ricopre l’essenza pensante, il corpo. Seguendo il pensiero di Cartesio, mente e corpo erano due “cose” separate una dall’altra, che in natura non interagivano mai tra di loro: c’erano gli esseri dotati esclusivamente di pensiero e gli esseri dotati esclusivamente di estensione. Nell’uomo, però, accadeva una cosa straordinaria: mente e corpo, res cogitans e res extensa, coesistevano in esso, attraverso quella che Cartesio chiamava “ghiandola pineale”. La res cogitans era la parte dell’uomo incaricata di gestire tutti gli stimoli esterni e le sensazioni che ogni individuo percepiva e inoltre fonte dell’origine della coscienza. La mente era cosciente dell’esistenza del corpo ma sapeva che esso non aveva nessuna influenza su di essa, nemmeno attraverso ciò che proveniva dall’esterno, oltre a ciò che proveniva dall’interno. Con Cartesio il corpo venne considerato unicamente come secondario, una macchina che procedeva meccanicamente e rispondendo a degli stimoli fisiologici.

Nonostante la brillantezza dell’intuizione ciò che non convince ancora oggi e non convinse completamente Cartesio nemmeno allora, è l’idea della “ghiandola pineale”, in quanto attraverso questa teoria Cartesio contraddisse sé stesso al fine di trovare una spiegazione ad un problema tuttora non completamente risolto, ossia quello dell’unione nell’uomo di mente e corpo. Separando drasticamente queste due unità, come aveva già fatto Cartesio, come si può giustificare che nell’uomo esse siano collegate in qualche modo?

Questa concezione è quello che Antonio Damasio chiamò, nella sua opera più famosa, “L’errore di Cartesio”: se mente e corpo sono uniti in qualche punto e attraverso qualcosa, allora dobbiamo supporre che essi non siano totalmente separati l’uno dall’altra, come invece aveva inteso Cartesio, e che forse proprio per questo non riuscì a trovare una spiegazione alla loro coesistenza nell’essere umano.

Seguendo la linea di Damasio, ritengo che la mente e il corpo dipendano necessariamente e reciprocamente, non si può essere solo mente o solo corpo e, come insieme delle due sostanze, non si può sostenere che una abbia il primato sull’altra. Sarebbe come chiedersi se viene prima il pensiero o l’azione, una questione che non si può risolvere in breve tempo e alla fine non si sarebbe nemmeno certi della scelta. Dipende dalle situazioni, dipende dal soggetto e dipende dall’ambiente. Mente e corpo operano in un contesto che definisco, come già Damasio ha fatto, “ambiente”: esso è fondamentale in quanto, tolto un individuo da un determinato ambiente, non riceverà più stimoli, sensazioni, situazioni che determineranno, o prima l’agire o prima il pensiero. Inoltre, per sottolineare ulteriormente l’importanza che secondo me ha un contesto in cui l’individuo è posto, basta pensare a quando, cambiando l’ambiente, cambiano anche gli stimoli che l’individuo riceve e di conseguenza il suo modo di pensare e agire. Se la mente non sussiste senza il corpo e viceversa, si può anche affermare che entrambi non sussistano senza l’ambiente.

Il meccanismo di ogni essere umano funziona così: l’ambiente provoca stimoli che vengono recepiti dal corpo e che da esso vengono trasformati in impulsi che la mente trasforma in sentimenti ed emozioni o in pensieri e ragionamenti.

A questo punto subentra la domanda da cui è partita la mia riflessione: la coscienza dove si genera? Quando diventiamo consapevoli di provare emozioni o sviluppare ragionamenti e di essere composti da due unità in stretta connessione tra loro? E nel momento in cui lo diventiamo, qual è il vantaggio?

Probabilmente se sapessimo rispondere a questa domanda in modo certo avremmo in mano un enorme potere.

La coscienza è determinata da un procedimento molto materiale, interazioni tra neuroni e sinapsi che, all’interno del cervello, generano la consapevolezza di ciò che proviamo e pensiamo, oltre che di come agiamo e del perché. Ma, entrando più nello specifico, al di là dei processi neurobiologici che si generano nel nostro cervello, la coscienza è sviluppata da questa interazione tra corpo e mente, in particolare la coscienza di provare emozioni e sentimenti. Come nel contrasto tra pensiero-prassi, anche nel caso della coscienza non si può dire che essa sia generata o solo dalla mente o solo dal corpo, come non si può nemmeno affermare, per esempio, se viene prima la coscienza del dolore o il dolore stesso, inteso come percezione fisica del dolore. In breve: se non avessimo un corpo attraverso cui riceviamo stimoli e poi una mente che li trasforma in emozioni, non avremmo coscienza di noi stessi e dell’ambiente intorno a noi.

Infatti la coscienza non è altro che consapevolezza e grazie ad essa siamo guidati nelle scelte della nostra vita.

Riflettendo un attimo su come la nostra coscienza sia una caratteristica così straordinaria ed esclusiva dell’uomo, ci si rende conto che è forse proprio per questo che l’uomo è l’animale dominante sul pianeta Terra: non tanto unicamente per la sua ragione quanto per la peculiarità, parzialmente ancora sconosciuta, di essere cosciente della sua esistenza, del suo pensiero e delle sue emozioni. Grazie a questa consapevolezza l’uomo non vive in vista di bisogni naturali o in modo quasi “meccanico” come gli animali, ma al fine di provare emozioni piacevoli e realizzare ciò che ritiene essere fatto maggiormente per lui. Senza coscienza non distingueremmo ciò che nell’ambiente ci nuoce o ciò che ci gratifica e non vivremmo in vista di uno scopo che solo noi stessi, consapevoli di essere liberi di scegliere e liberi di agire, entro definite leggi, ci imponiamo come fine ultimo della nostra vita e non come necessità determinata dalla natura.

In conclusione, la coscienza è la parte che differenzia l’uomo dagli altri esseri viventi e se usata bene ci permette di districarci nell’insieme delle situazioni in cui ci pone il mondo esterno e soprattutto ci permette di capire, anche solo grazie alla sua stessa esistenza, di non poter essere sempre e completamente o solo ragione o solo corpo, perché se lo fossimo non saremmo quello che siamo, umani.