di Desiree Saccavini

Anche quest’anno per le classi quinte si è svolta la tradizionale gita in Grecia, la culla della cultura occidentale, e anche quest’anno ciascuno di noi ha preparato la valigia con delle aspettative, con la speranza di tornare a casa e mettere a lavare quei vestiti con qualcosa in più, con qualche risposta alle innumerevoli domande. Io oggi sono qui per voi, non tanto per spiegarvi come si fa una lavatrice (questo magari per il prossimo articolo), piuttosto sono pronta a raccontarvi ciò che è rimasto più impresso ai miei compagni di viaggio che, dalla prima superiore, hanno sentito parlare di questa straordinaria esperienza.

Per cominciare mi soffermerei sulle stimolanti visite ai musei e ai siti archeologici. In tali luoghi, che spaziano da Delfi a Olimpia, dal Partenone  al tempio di Poseidone di Capo Sounion, abbiamo avuto la possibilità di immedesimarci direttamente negli antichi greci, tant’è che molti di noi hanno ricreato delle gare di corsa oppure si sono cimentati in alcune letture sceniche. Al primo impatto ciò che ci è apparso davanti poteva benissimo ridursi a delle semplici colonne o persino a degli ammassi di pietre, ma, alla fine, stava a noi individuare il corretto filtro da mettere ai nostri occhi e, con l’aiuto di un po’ di immaginazione, ripensare alle persone passate e fantasticare sulle emozioni che provavano a quel tempo accedendo a luoghi come questi.
Scoprire che gli argomenti che abbiamo studiato negli anni, in particolare in arte, filosofia e storia, sono qualcosa di reale, che non esiste solo nelle immagini sui libri, ha permesso di rivalutare anche la nostra modalità di studio. Il bronzo dell’auriga di Delfi, le statue di Cleobi e Bitone, il Moschophoros, la maschera di Agamennone sono tutti reperti di cui magari avevamo imparato a memoria la data di creazione, l’altezza, l’ubicazione… (o per cui semplicemente avevamo scritto un bigliettino per la verifica) per poi scoprire che, nel momento in cui ce li hai di fronte, ciò che si rivela più importante risiede nel reperto stesso. E sta lì, qualsiasi cosa sia per ognuno di noi. 

Proseguendo, un’attenzione particolare dev’essere per forza data ai meravigliosi panorami che abbiamo potuto osservare già dal primo giorno, con le visite ai monasteri eretti sulle imponenti meteore. Qui sembrava di essere proprio in un posto fuori dal mondo: dall’alto la vista ricadeva su interminati spazi , in sovrumani silenzi e profondissima quiete.
Ogni giorno quello che avevamo intorno era una sorpresa, fino a che siamo saliti all’Acropoli di Atene dove la contraddizione ha destato il maggiore stupore, in tal caso negativo: avere alle spalle l’immenso Partenone e, al tempo stesso, vedere davanti le case devastate della capitale ha scaturito in noi un senso di desolazione immenso. Eravamo proprio nel mezzo tra un passato glorioso, nella sua piena fioritura, e un presente incerto, nella sua totale fragilità.
L’immagine di Atene, dunque, è come se ci avesse dato uno schiaffo e avesse rotto la famosa visione idilliaca della Grecia. Solamente passando lungo le sue strade, tra il rumore delle macchine e dei taxi, i profumi e gli odori, la musica e le persone, ci si rende realmente conto di ciò che adesso è la Grecia.
Sempre nei paesaggi, una presenza costante è stata quella del mare che abbiamo attraversato con il traghetto per quasi ventiquattro ore all’andata e altre ventiquattro al ritorno. Nel mare abbiamo visto scendere e risalire il sole, l’abbiamo visto illuminato dalla luna e mosso dalle onde; ci ha posto in mezzo al nulla, soli con i nostri pensieri, e ci ha cullato durante il sonno in cabina. È tornato poi, con una forza ancora maggiore, con la visita al tempio di Poseidone, dove le onde si abbattevano sugli scogli con una violenza pari a quella del vento che faceva danzare i nostri capelli. Su quella sommità ci siamo tutti un po’ sentiti il viandante sul mare di nebbia e alcuni hanno pensato di correlare quel vento allo spirito di comunità che ci ha sempre contraddistinto e, contemporaneamente, ad una sensazione di vitalità. E ancora una volta il mare di Tolo ci ha riuniti per un piacevole bagno alle luci del tramonto, lontani dalle preoccupazioni e vicini alla felicità.

Grazie a questi momenti il viaggio in Grecia ha giocato un ruolo fondamentale nelle relazioni: è stata un’opportunità per conoscere persone nuove oppure per approfondire dei rapporti che già esistevano. Per di più con i professori si è creata una confidenza diversa, estranea all’ambiente scolastico. Anche se non lo vuoi, ad un certo punto, dato il lungo tempo passato con gli altri, ti ritrovi a mostrare chi sei davvero ed è lì che scopri che siamo tutti diversi: tutti hanno un mondo dentro e solamente con il confronto si può cercare di far combaciare i pezzi. Giungi alla conclusione che non puoi dare nulla per scontato nelle relazioni e nelle condivisioni. Capisci che l’attesa e la stanchezza spesso sono causa di cambiamenti che ti costringono a curare te stesso e gli altri, inoltre riesci a cogliere veramente il silenzio: trovi il modo di ascoltarlo ancora meglio del rumore. A tale silenzio ci siamo ritrovati spesso a porre delle domande sul nostro futuro da qui all’esame, ma soprattutto su quel che sarà dopo.
Molti di noi hanno sperato che lo stacco dalla quotidianità permettesse di vivere un viaggio risolutivo, oltre che unico e irripetibile. Abbiamo desiderato di trovare nei modelli greci delle soluzioni ai nostri dubbi, per poi scoprire che i Greci erano persone, non modelli. Allora siamo noi innanzitutto a doverci mettere in gioco, senza lamentarci troppo delle difficoltà, ma impegnandoci a lasciare il segno. 

Forse, ad oggi, siamo ancora come quei gattini selvaggi che si aggirano per i musei e i siti archeologici, con la sola differenza che nessuno verrà a prenderci in braccio e darci del cibo: starà a noi trovare la strada giusta per poter vivere autonomamente al meglio.