di Matteo Candolo 4C

La parola guerra deriva dal germanico werra ”mischia” e werran ”avviluppare”, perché la guerra  è un intricarsi confuso e disordinato che avvolge e sconvolge ogni aspetto della vita e della società. Nel nostro paese la guerra è vietata dall’articolo 11 della Costituzione, ma per un altro paese come l’Afghanistan è, purtroppo, uno scenario all’ordine del giorno.
“La guerra…”, dice Nico Piro durante l’evento di Emergency Afghanistan 20, “… è una parola che svalutiamo e usiamo impropriamente.” Il giornalista afferma che, nella nostra realtà, l’utilizzo di una parola frequentemente ne fa perdere il significato. Tuttavia non è questo il caso per Alidad Shiri, profugo afghano che, durante lo stesso evento, ha raccontato come nella sua infanzia fosse diventata ”abitudine” vedere cadaveri per strada o non incontrare più i propri compagni di giochi. Per due realtà così lontane la stessa parola ha connotazioni diametralmente opposte.
“Nella guerra non vince nessuno: ci sono solo sconfitti.” Spesso sentiamo questa frase nei film o nelle serie TV, ma il più delle volte la consideriamo una ”frase d’effetto” priva di alcuna verità. Purtroppo, però, questo è confutato dai numeri della prima guerra in Afghanistan: trentamila morti tra i soldati e oltre un milione tra i civili. I più fortunati, come Alidad, sono fuggiti percorrendo la Balkan Route che, dal 2009 fornisce una rete di trafficanti per scappare dal proprio paese. In questo caso non hanno vinto né i ribelli né l’URSS né l’USA, ma gli abitanti di questo Stato lacerato hanno perso tutto.
“Dimentica la decolonizzazione e l’indipendenza: questa è la Guerra Fredda da [. . . ], e la Guerra Fredda non avrà fine.” Così scrive Kapuscinski che aveva vissuto in prima persona la “cortina di ferro” in Africa pochi anni prima che l’URSS entrasse a Kabul. Allora gli USA si allearono con i ribelli Mujaheddin perché, come afferma Milton Bearden, consulente CIA, “Se vuoi vincere una guerra schierati dalla parte dei ribelli, perché loro hanno gli ideali e vinceranno sempre.” Un’altra volta la Storia ci ha insegnato come gli ideali diventino dogma e il dogma fanatismo: i ribelli che lo Zio Sam ha armato si sono scissi e l’ala estremista dei Talebani, ancora oggi, domina Kabul con il pugno di ferro e il burqa. Se non si vuole guardare all’escalation in Afghanistan, per avere un altro esempio, basta vedere il regno del terrore di Robespierre o di Maria la Sanguinaria.
I più pragmatici e machiavellici penseranno che la guerra è nella natura dell’uomo e che la situazione in Afghanistan era comunque inevitabile. Tuttavia, sebbene pensatori di spicco come Hobbes sostengano queste idee (homo homini lupus), vi sono, nella Storia, anche esempi che lo confutano come Malala, Gandhi e lo stesso Gino Strada. “[…] Voi non odiate. Coloro che odiano sono solo quelli che non hanno l’amore altrui” dice Chaplin nel suo discorso all’umanità nel film Il Grande Dittatore “[…] dovremmo godere della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro…” .
Alla luce di ciò che abbiamo imparato possiamo concludere che, sebbene la guerra sia la risposta più semplice ed immediata, non comprendiamo davvero la gravità che questa può avere sulla società e sulla nostra vita. Piuttosto la strada per la pace non è solo auspicabile, ma anche possibile da seguire. Infatti lo dimostrano associazioni come Emergency, Amnesty International, Medici Senza Frontiere e altri che ogni giorni si battono per dimostrare che ci siamo evoluti e che, se abbiamo saputo peggiorare la situazione in Afghanistan, sapremo risolverla.

Fonti e approfondimenti: