di Marco Tremamunno
17 settembre 1915, Altopiano del Carso
Cara Famiglia,
sono passati solo due mesi dal mio arrivo in prima linea e ben sei dalla partenza da casa. per giungere fin qui ci hanno fatto viaggiare in treni chiusi, senza finestre; tra le bestie e la paglia. Per quattro mesi il mangiare era solo carne secca in scatola e gallette… quanto vorrei un po’ della nostra specialità, della nostra prelibatezza… la Nduja!…
All’arrivo al fronte, i nostri superiori, tra cui il generale Luigi Cadorna, hanno controllato che fossimo tutti presenti, perché chi non si fosse presentato sarebbe stato un disertore e avrebbe dovuto vivere il resto della sua vita come un ratto, nascondendosi da chi, per questo, l’avrebbe fucilato.
Dopo il lungo controllo, Cadorna ha iniziato a farci un discorso su qualcosa chiamato… Risorgimento… ha menzionato anche un certo… Impero austro-ungarico… dicendo che erano i nostri… oppressori.
Più tardi, tutti noi abbiamo iniziato a chiederci che cosa potessero significare quelle strane e prima d’ora sconosciute parole. Capimmo che il “Risorgimento” era una parola che voleva dire qualcosa di importante, che l’impero austro-ungarico era nostro nemico e che il termine “oppressori” non significava niente di buono.
Dopo questa riflessione, alcuni di noi andarono a dormire: il generale e gli ufficiali ritornarono nei quartieri militari di città dal nome bizzarro, quali… Udine o… Gorizia, lontani dal fronte; i tenenti restavano lì e riposavano in casupole. Noi facevamo i turni di guardia: alcuni stavano svegli e controllavano che non ci fossero gli austriaci in lontananza e gli altri dormivano in qualche specie di caverna scavata nelle montagne o su (se così possono essere definiti) letti fatti di paglia con, per fortuna, una coperta. Quando toccò a me “stare in campana”, temevo che i nemici ci potessero tendere un’imboscata oppure attaccare alle spalle. Nel momento in cui potevo riposarmi, ero più tranquillo, ma non del tutto…
Il mattino ci danno, a volte, dei biscotti secchi e, ancora più raramente, un po’ di tè.
La disciplina dura impostaci da Cadorna e i frequenti attacchi degli austriaci ci deprimono internamente ed esternamente.
Ho ritrovato Carlo, ricordate? Il figlio dei nostri vicini… non ci vedevamo da quando avevo dodici anni… quanti ricordi… ma la guerra! Cos’è la guerra? Un inutile insieme di battaglie che non serve a niente: procura solo perdite di vite umane… i soldati! Noi! Cosa siamo? carne destinata al macello! Ad ogni attacco che Cadorna ci ordina, usciamo dalla trincea e una pioggia di proiettili ci assale… poi… quando e, soprattutto, se… arriviamo alla trincea nemica, dobbiamo colpire gli austriaci con le baionette: fucili con all’estremità un coltello… però gli austriaci ci massacrano! Noi non valiamo niente!
Stavo dicendo che la guerra ha portato via il mio carissimo amico; inoltre, ci sono ragazzi che perdono degli arti, restando mutilati. So, cara Madre, che ti starai chiedendo quando tornerò… beh! Non ne ho idea… dicevano che la guerra sarebbe durata poco… che saremmo subito tornati alla nostra vita normale… che avremmo vinto… sono tutte menzogne!!! Forse, se sopravviverò, tornerò per il periodo natalizio… anche se è ancora presto per fare promesse.
Come stanno i miei fratellini?… Mario sta crescendo? Lucio e Sergio ti aiutano, Padre, a lavorare nei campi? Tra poco è il compleanno di Antonio… ha già tre anni… come passa il tempo…
Salutatemi tutti i miei conoscenti: il prete Pino, la signora Rosa e suo marito, i miei amici Giacomo e Pio… saranno tutti felici di sapermi ancora vivo.
Se potrò, vi scriverò tra due o tre mesi, aggiornandovi sulla situazione, ma nel caso non lo facessi… non vi preoccupate… anche se me ne andrò… sarò per sempre con voi.
Vi abbraccio, sperando di poterlo fare veramente.
Saluti dal Carso
Marco
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