di Lisa Pinto
Esiste un mondo di sussurri e bisbigli che si anima alle prime luci dell’alba per coricarsi al crepuscolo. È una realtà così mutevole da trasformarsi nel tempo di un respiro. Per quanto si tenti di fissarla, immobilizzarla o inchiodarla a terra, nulla può trattenerla dal traslare, ruotare, allontanarsi trascinandosi. Via via si distende sempre più, si stiracchia, stanca ma eterea, fino a dove lo sguardo può coglierla e ancora un po’ più in là. Nessuno sa cosa accada la notte, ma il mattino seguente torna schiacciata, ritratta, compattata dall’umidità e mai uguale alla sera precedente.
È il regno delle ombre, una metropoli bidimensionale senza volti né colori, solo quel grigio nero piatto, fuori fuoco. Quando non si addensano ai piedi di condomini, le ombre vivono inseguendo auto, biciclette, pendolari indaffarati. Attendono acquattate per appendersi al lembo di un cappotto e, al momento giusto, spiccano il volo. Più che volo è un salto, un balzo rapido verso nuove mete.
Ci sono ombre che attendono ore il passante perfetto, quello abbastanza distratto da non accorgersi del nuovo mantello che si trascina alle spalle, e appena possono vi si ancorano. Bastano pochi secondi per prenderne la forma, le sembianze, l’attitudine e persino la personalità. Guardando con attenzione si possono distinguere le ombre tremolanti e ansiose, quelle euforiche e addirittura le arroganti, che tendono a non adattarsi mai perfettamente al compagno di viaggio prescelto.
Così trascorrono le loro esistenze, agganciandosi a sconosciuti e vagando per il mondo, visitando terre ignote, correndo lungo le pareti dei vicoli troppo stretti per essere proiettate al suolo. E quando la stanchezza di correre diviene intollerabile, possono sempre passare il testimone ad un altro stralcio di oscurità che attende impaziente di partire per mete sconosciute.
Bisogna precisare che nessuna ombra aveva mai desiderato altro: il buio è confortante, sicuro, è casa, mentre la luce brucia, sgretola i bordi dei mantelli scuri, polverizza la piatta opacità. Nessun’ombra era e sarebbe mai stata tanto sconsiderata da esporsi a raggi diretti. Almeno fino a quel giorno.
Era giunto il crepuscolo e le ombre, stremate dalla giornata, si ritiravano placidamente nelle stradine, sotto ai portici e tra gli alberi dei viali. Un singolo fazzoletto di oscurità continuava imperterrito a volteggiare, a spostarsi dondolando tra i rari passanti. Sfrecciava e pensava, non aveva intenzione di trovare l’ennesimo viaggiatore per partire verso un’altra città tanto sconosciuta quanto identica alle mille precedenti. Voleva un’esperienza nuova per davvero, di quelle che segnano, magari sfregiano e lacerano, ma lasciano una sfumatura, seppur vaga, sulla campitura piatta e grigia.
La luce. Quale altra ombra avrebbe mai pensato di toccare la luce? Sarebbe stata la prima, l’unica a poterne narrare l’esperienza. Era audace, ma non ebbe il coraggio di esporsi agli ultimi vaghi raggi diretti del sole. Così attese uno di quei passanti stanchi, di quelli che non aspettano altro che riposarsi su una panchina. Seguendolo con ritmo lento e zoppicante era giunta a sfiorare la luce di un lampione. Con un miscuglio di euforia e terrore, decise di tendere un orlo tremante. Si ritrasse il più rapidamente possibile. Ma ormai era bruciata, aveva perso per sempre un pezzo.
L’ombra scivolò a terra e si raggomitolò sotto la panchina. Contemplava quel lembo sgualcito, il bordo mancante che non avrebbe più recuperato. A dir la verità, per l’orlo rovinato non provò un reale interesse, il pensiero fisso era su quella sensazione anomala. Era un conforto diverso da quello del buio, un calore avvolgente, quasi liberatorio. Così, poco alla volta, iniziò a tendere un margine da un lato ed un’estremità dall’altro. Era come acquisire tridimensionalità, forma, materia. Il velo opaco sentì scorrere una linfa nuova, vitale. Sapeva cosa fare. Balzò e questa volta volò per davvero.
L’ombra conobbe la luce, ma non ebbe mai l’occasione di raccontarlo.
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