di Isabella Cossutti

Stavamo volando in una coltre di fumo fittissima, tanto sporca da sembrare nera. Eravamo tutti compatti per evitare di perderci e non trovare la strada, Lucius guidava il gruppo, proseguiva sicuro, fluttuando nel cielo. Sargon mi aveva insegnato le basi del volo e del combattimento; ero ancora una principiante, se si fosse presentato un nemico troppo potente non sarei riuscita a difendermi da sola.

Dopo alcuni minuti uscimmo da quella coltre, solo per trovarci davanti a un paesaggio ancora più orribile.

Non si scorgeva nessun tipo di vita per chilometri, la terra era secca, bruciata e crepata. Dalle fessure usciva una strana aura violacea.

Atterrammo vicino a qualche albero ormai ridotto al solo fusto, come dopo un incendio. Quando camminavi si potevano sentire i passi rimbombare per miglia, come se non ci fosse nulla sotto i nostri piedi.

Poco lontano da dove ci trovavamo c’erano delle macerie, di un piccolo villaggio presumo. In quelle strade non c’era più vita, più amore e neanche odio solo… il vuoto.

I corpi delle persone erano completamente intatti, pietrificati nella stessa posizione in cui il buio li aveva presi. Una madre era ancora intenta a guardare il volto di suo figlio, di ricordarlo nel suo ultimo momento. Era questo quello che faceva Erebo, cancellava la memoria, l’esistenza e la presenza di un pianeta che, lentamente, sprofondava all’interno di se stesso.

Lucius fermò il gruppo

  • “Non proseguiremo oltre… avete visto abbastanza, come prima esperienza è sufficiente.”

Si voltò verso di noi

  • “Adesso capite per cosa combattiamo…”  

Eravamo tutti muti, ad ascoltare i pensieri dei compagni che si perdevano nell’aria; quando, improvvisamente, un sibilo ruppe il silenzio. Quattro figure si libravano nel cielo venendoci incontro molto velocemente. Il viso di Lucius si fece cupo e aggressivo, ci fece segno di spostarci e andare via.

Io e il mio gruppo ci tuffammo tra le macerie, avremmo dovuto dargli retta e andarcene ma non avremmo mai lasciato solo il nostro capitano.

I quattro incappucciati si avvicinarono a Lucius lentamente, senza attaccarlo, uno di loro, il più smilzo, li guidava tutti.

Anche se la sua faccia era completamente coperta si potevano vedere due occhi gialli che brillavano sotto la veste.

La voce di Lucius era cupa e le sue parole taglienti, mi colpivano come un coltello anche se non erano indirizzate a me.

  • “Gyn… cosa ci fai qui…”

L’uomo mascherato gli rispose con molta calma

  • “Dovrei farti la stessa domanda… e poi… sai bene come funzionano le cose da noi… quindi non fare domande inutili…”

Sargon mi aveva avvisato che Erebo aveva dei combattenti, proprio come quelli di Galatea. Però aveva anche detto che non si sarebbero presentati in questa missione; di solito stavano in settori dello spazio dove c’era guerra o comunque uno scontro in atto.

Erano tutti pronti ad attaccare, l’energia si poteva sentire nell’aria, un singolo passo falso e una semplice missione di ricognizione si sarebbe trasformata in uno scontro. Il problema era che noi eravamo decisamente più deboli: dalla nostra parte l’unico esperto era Lucius, mentre loro erano ben quattro combattenti addestrati a uccidere.

I tre scagnozzi ci attaccarono con la loro aura nera ma, in pochi secondi, vennero spazzati via da quella di Lucius; era maestosa e ci circondava tutti come se avesse vita propria e cercasse di proteggerci, eravamo immersi in una nebulosa.

Gyn non disse nulla, attivò anche lui la sua entità di natura giallastra e attaccò il nostro Capitano.

Si vedevano solo esplosioni, luce e materia, accompagnati dalla terra che tremava e pezzi di edifici che volavano e fracassavano a terra.

Si destreggiarono in quel deserto di morte per molto tempo ma la battaglia non sembrava aver fine.

Improvvisamente un portale si aprì nel cielo e ne uscì Jack, accompagnato da altri due uomini. Il brunetto si avvicinò a noi

Dovete tornare subito! Qui è troppo pericoloso, ci pensa Lucius.

All’inizio erano tutti riluttanti ma poi, uno a uno, se ne andarono verso il portale; rimanevo solo io.

  • “May devi andare anche tu!”
  • “Ma… non posso lasciarlo da solo…”
  • “Lucius se la caverà, l’ha sempre fatto.”

Prima che potessi rispondergli ci colpì un’esplosione poco distante. Eravamo volati via entrambi, Jack aveva cercato di proteggermi dal brusco atterraggio, ma così lui si era ferito gravemente.

Una figura sovrastava i nostri corpi… non era amica, i suoi occhi gialli come il sole, ma freddi come il ghiaccio ci fissavano con sguardo di morte.

Era finita, cosa potevamo fare… a lui bastava meno di un secondo per attaccarci e ucciderci entrambi; Lucius era troppo distante e anche se stava facendo di tutto per riuscire a raggiungerci, ormai, non c’era più speranza.

In quel momento, in quel singolo secondo in cui credevo di perdere tutto, mi sembrò di riuscire a sentire un richiamo lontano dentro il mio essere che esplose nell’aria in un turbinio di vento bianco. Mi sentivo strana, come se il mio corpo fosse più grande delle mie ossa. E volavo, mi libravo nell’aria circondata da un’aura bianca.

Non ricordo nulla di quello che accadde dopo, so solo che mi svegliai in un bianco letto d’ospedale.