di Lisa Pinto
Chiacchiericcio. Frenesia. Le luci si affievoliscono. Cala l’oscurità sul pubblico. Sipario. Le prime note dell’orchestra si librano in aria. Si solleva in crescendo la voce del coro schierato attorno alla scalinata centrale, debolmente illuminata.
Un cono di luce. Ventagli di piume avvolgono morbidi la figura della protagonista della serata. La cantante, avvolta in un abito candido, percorre la scalinata con portamento aggraziato. Ovazione della sala. La voce calda e sinuosa fluisce tra gli spettatori.
Tutto è perfetto, ogni passo è a tempo, ogni nota intonata, ogni movimento sembra lasciare senza fiato il teatro. Una serata da sogno: il pubblico è ammaliato, l’atmosfera atemporale. Sarebbe davvero tutto perfetto, ma qualcosa sembra fuori posto. Eppure le luci, il ritmo, gli abiti, tutto è stato magistralmente pianificato. Qualcosa, però, lascia un senso di incompiutezza nell’interprete.
Non le era mai stato imposto di calcare quel palcoscenico, amava cantare, uscire dalla sua realtà per trasformarsi nel suo alter ego sulla scena. Quei minuti di gloria, di soddisfazione, di appagamento per i sacrifici compiuti le permettevano di ripresentarsi sotto quel cono di luce con sempre più grinta e passione. Le prime serate erano state adrenaliniche: l’orchestra dal vivo, gli occhi sgranati del pubblico, lo scroscio di applausi alla chiusura del sipario che sembrava potesse far crollare il teatro da un momento all’altro. Non avrebbe mai potuto immaginare una vita senza spettacolo.
Con il tempo aveva perfezionato ogni istante sulla scena e con il pubblico si era creato un rapporto sereno, ogni serata collezionava fiori, cartoline e bigliettini.
L’idillio, però, non durò molto. Da qualche tempo provava la persistente sensazione che qualcosa fosse fuori posto. L’inerzia cresceva dentro di lei. Ogni passo, ogni volteggio, ogni nota iniziava a pesare. Era sul punto di rottura. Le spaccature non sono sempre evidenti o spettacolari: talvolta sembrano poter scatenare un terremoto o un uragano, pronte a soffocare tutto ciò che le circonda, altre sono soltanto crepe sottili, quasi invisibili come un sorriso senza luce negli occhi.
Una piccola frattura, però, non riceve molte attenzioni. Così gli spettacoli continuarono, in un turbinio di chiacchiericci, oscurità, coristi, coni di luce, applausi, ventagli piumati, fiori e bigliettini e sipari. E dopo i sipari niente. Nessuna delusione ma nemmeno soddisfazione. Si sentiva bloccata in una sequenza infinita e ripetitiva di oneri. Senza sosta, il piacere di esibirsi si era trasformato in una prigione di doveri, responsabilità, monotonia. Un groviglio di fili la stringeva bloccandola in quella posizione sempre più scomoda e disagevole. Se solo avesse potuto tagliare quei fili.
Le ultime note annunciavano la fine della serata. Era stata un’esibizione spettacolare. Forse la più spettacolare portata su quel palco. Applausi. Inchini. Fiori e bigliettini. Poi il sipario.
Il burattinaio lasciò la sua postazione. Magari un giorno qualcuno taglierà quei fili.
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