di Marco Tremamunno
L’animale si impigliò in un cespuglio e Joe ne approfittò: corse il più velocemente possibile, affondando i suoi scarponcini nella neve, che ammantava il boschetto di pini. Sui rami alcuni animaletti scappavano mentre altri non erano spaventati dai passi del ragazzo, ma, incuriositi da un ritmo di corsa diverso da quello dei predatori che li terrorizzavano, si sporgevano per capire da quale creatura provenissero quei passi.
Joe si guardò attorno mentre correva per controllare che non fosse più inseguito. I suoi passi producevano rumori sordi quando calpestavano la neve e talvolta anche un leggero scricchiolio quando uno strato di neve più sottile rivelava le foglie secche. I fruscii di queste attiravano ancora di più l’attenzione delle creaturine sui rami che sembravano squittire e mormorare qualcosa tra di loro.
Joe arrivò in una piccola radura priva di alberi ma, prima che potesse vedere cosa ci fosse, inciampò in una radice nascosta dalla neve, cadde pesantemente e, non riuscendo ad attutire la caduta con le mani, affondò nel candido tappeto.
Mentre era ancora a terra e il brusio degli animaletti sugli alberi si era spento per il tonfo improvviso, udì dei passi abbastanza pesanti farsi avanti. Guardò ai lati e vide un’ombra allungarsi su di lui; alzò un po’ la testa e, non appena vide due possenti zampe nere e pelose davanti ai suoi occhi, si coprì il capo con le mani, terrorizzato. Il tempo sembrò dilatarsi mentre lui pregava silenziosamente che quella “cosa” non gli facesse del male.
Dopo attimi che sembravano eterni, una voce sorpresa e leggermente preoccupata parlò:
“Tutto ok, ragazzo? Devi aver preso un grosso spavento: la neve gioca brutti scherzi da queste parti!”
Joe capì che la voce proveniva proprio da quella creatura che gli si era piantata davanti. Rassicurato dalla voce che non sembrava ostile, si alzò pulendosi gli abiti dalla neve e scorse innanzi a sè un essere alto quasi il doppio di lui.
Alzando man mano lo sguardo, riuscì a scorgere la figura che era per metà orso, ecco il motivo delle grosse zampe pelose, e per metà cervo; però il volto somigliava molto a quello umano e lo guardava con un largo sorriso bonario. Confortato dall’aspetto non ostile della creatura, si rilassò ma non abbassò del tutto la guardia: infatti non rispose.
“Che è successo? Cadendo ti sei tagliato la lingua coi denti? O hai paura perché non hai mai visto un Cervorso?”
Quando l’ultima parola giunse alle orecchie di Joe, il suo sguardo cambiò: da cauto a confuso. Difatti non aveva mai sentito quel termine.
“Un… cosa?” riuscì finalmente a chiedere incuriosito.
“Un Cervorso, ragazzo! Oh, non dirmi che non ne hai mai sentito parlare!?” chiese sorpreso la slanciata creatura “Viviamo qui a Nivis e ognuno ha la propria casetta, tutti in radure diverse nel boschetto che hai appena superato!” spiegò il Cervorso mentre, volgendo lentamente il capo su cui troneggiava un maestoso paio di corna, si faceva un po’ più in là per mostrare al nuovo arrivato la propria dimora poco distante. Sempre più sorpreso, Joe guardò con occhi sgranati la casetta dall’aspetto molto confortevole.
“Ehi! Inizia a fare freddo qui e il tuo abbigliamento non mi sembra molto appropriato! Che dici, entriamo?” chiese il Cervorso a Joe che, quasi imbarazzato per la sua t-shirt e i jeans leggeri, annuì prima di sbuffare sottovoce “Da dove arriva tutta questa neve in pieno luglio…”
“È colpa del ribaltamento!” sorrise il Cervorso, non riuscendo però a mitigare il disorientamento del ragazzo.
Si avviarono allora verso l’entrata dell’abitazione del bizzarro animale.
“Brrr…” disse la creatura infreddolita mentre si stringeva nelle braccia e si girava un po’ verso Joe che lo seguiva a due metri di distanza “avrei dovuto mettermi una sciarpa prima di uscire ma ero preoccupato per quel tonfo improvviso e mi sono fiondato fuori per capire cosa fosse successo.”
Quando entrarono, il Cervorso invitò Joe ad accomodarsi sul divano del salotto. Lì il ragazzo fu accolto da un’atmosfera ospitale e piacevole: muri di legno di abete, lampadario di vetro, piccoli arbusti piantati in vasetti di terracotta posti sui davanzali delle finestre, l’odore del legno che bruciava nel caminetto di pietra e il profumo avvolgente e intenso di cioccolata calda che proveniva dalla cucina, da cui qualche istante dopo uscì il Cervorso. Tornando nel salotto, portava tra le mani un vassoio con sopra una ciotolina di ceramica decorata piena di biscotti e due generose tazze di cioccolata fumante. Posò il tutto sul tavolino di legno intarsiato di fronte al divano.
“Hai fame?” chiese a Joe mentre si avvicinava a una credenza per prendere da un cassetto due cucchiaini d’argento.
“Abbastanza… è bello questo posto…” rispose il ragazzo guardandosi intorno e scorgendo sulle pareti decine di piccoli candidi ritratti, visi di bambini, ragazzi, donne, uomini e vecchi così diversi tra loro ma che sembravano sorridere tutti del medesimo appagamento.
Il Cervorso mise le due posate dentro le tazze e si sedette sulla poltrona dall’altro lato del tavolino distendendo le lunghe zampe davanti a sé e prendendo tra le mani una delle due tazze fumiganti e un biscotto.
“Oh, grazie, ragazzo, mi fa piacere che tutti i nuovi arrivati apprezzino la mia dimora… come ti chiami? E quanti anni hai?”
Un po’ perplesso per quelle parole, accettò l’altra tazza portagli dal Cervorso e si sedette sul divano.
“Joe… mi chiamo Joe… ho tredici anni.”
“Cosa ci fai da queste parti, Joe?”
“Non ricordo benissimo, so solo che sono cascato in una buca profonda, caduto a terra, ho battuto la testa e ho perso, non so per quanto tempo, i sensi… quando ho riaperto gli occhi mi sono guardato attorno e ho scoperto che ero all’interno di un bosco.” iniziò a raccontare Joe.
Il Cervorso, intanto, molto interessato, aveva fermato i suoi movimenti e stava attentissimo alla narrazione del ragazzo tenendo lo sguardo fisso sul suo volto.
“Mi sono alzato per quanto mi facessero male le gambe a causa della caduta e ho notato che la buca non c’era più, mi sono girato e ho visto in lontananza uno stranissimo animale dalla testa pelosa e dall’espressione abbastanza sinistra. Appena ha iniziato a rincorrermi sono scappato il più velocemente possibile. Dopo un po’, per fortuna, si è impigliato in un cespuglio: chissà che cosa mi avrebbe fatto se mi avesse acciuffato…” continuò il ragazzo ancora scosso e piuttosto agitato per i fatti vissuti qualche minuto prima.
Il Cervorso sembrò farsi pensieroso e riflessivo: evidentemente aveva tanta compassione per quell’essere così giovane che aveva vissuto attimi così emotivamente provanti e forse iniziava a farsi qualche idea su chi potesse essere l’animale.
“Correndo ho trovato la radura e prima di scorgere la tua casa sono inciampato, forse in una radice coperta dalla neve. Quando sei arrivato pensavo che avessi cattive intenzioni ma fortunatamente mi sbagliavo.”
Terminato il racconto, Joe tirò un sospiro mentre la creatura annuiva abbassando lo sguardo.
“Ho capito…” sussurrò quasi tra sé il Cervorso “…forse quella bestia che descrivi era un Tigrale… ma stai tranquillo: rincorre i nuovi arrivati solo per poter ascoltare le loro storie, ma è innocuo.” gli spiegò con espressione divertita.
“I nuovi arrivati?!” ripeté disorientato il ragazzo, ma il Cervorso parve non accorgersene.
“Per caso… ricordi qualcosa su quello che stavi facendo prima di cascare in quella buca?” chiese la strana creatura.
Joe ci pensò un po’ su. Poi prese un bel respiro e disse:
“Stavo soltanto girovagando in un’antica biblioteca della mia città, ricordo solo una porticina nascosta dietro a un alto scaffale. Era di un legno molto vecchio con tante fessure da cui si intravedevano vaghi e insoliti bagliori. Lo so, non avrei dovuto allontanarmi senza avvisare mio fratello, ma sentivo che dovevo subito scoprire cosa celasse quella porta.”
“Perché?”
“Non avrei avuto altra occasione per farlo, era l’ultimo giorno di apertura… sai una grande svendita… ristrutturazione… nuova destinazione d’uso… accade spesso nelle città. Così l’ho aperta, ma purtroppo in quel momento i chiarori sono svaniti e mi sono ritrovato in una stanza buia, pregna dell’odore di libri antichi. Ho fatto solo pochi passi che ho sentito il pavimento cedere sotto di me e sono precipitato.”
“E sei il nostro nuovo arrivato!” concluse sorridendo il Cervorso, prima di invitare il ragazzo a gustare la cioccolata, assaggiare i biscotti, rilassarsi e assaporare il tepore della stanza, cercando, almeno per un po’, di annullare ogni domanda nella sua mente. Il ragazzo seguì i consigli della creatura, che gli stava diventando sempre più familiare, forse perché gli pareva uscita da un libro fantasy o di mitologia, così pian piano si sentì sempre più a suo agio e pervaso da un crescente benessere. Tornarono anche fuori a correre sulla neve e Joe si accorse di non avere freddo e di avvertire nell’aria l’odore che aveva notato poco prima di precipitare, ma stava troppo bene per porsi domande. Al termine di una gara che non era riuscito a vincere cadde in ginocchio e, riprendendo fiato, piegò il capo e fissò la neve. Era così limpida che riuscì a specchiarsi, scorgendo nel suo viso tutto ciò che gli batteva dentro e allora sorrise. Poco dopo, tornando in casa, sentì la voce di suo fratello chiamarlo. Si guardò velocemente intorno, poi si fece tutto buio. Riuscì solo a scorgere il suo ritratto di neve appeso insieme agli altri. Sorrideva del medesimo appagamento.
“Che fine avevi fatto?” suo fratello lo rimproverava vicino all’alto scaffale. La porticina era sempre lì ma non emetteva più bagliori. Joe ebbe il tempo solo di farfugliare qualcosa a proposito di una stanza e di un pavimento che aveva ceduto, prima che suo fratello lo trascinasse letteralmente fuori dalla biblioteca.
La biblioteca non fu mai chiusa. Non se ne seppe il motivo.
Nel tempo Joe maturò la convinzione che quella sera non era stato l’unico a precipitare a Nivis.
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