di Stella Morandini e Vittorio Romano
Tutti gli studenti delle scuole superiori, durante il loro quarto anno, hanno l’opportunità di frequentare dodici mesi all’estero, con lo scopo di ampliare i propri orizzonti culturali e linguistici. Per saperne di più, abbiamo intervistato Filippo Ghini, un ragazzo che ora frequenta la 5H, e l’anno scorso ha vissuto in Texas.
Come funziona questa esperienza a livello pratico?
“Premetto che la mia famiglia fa parte del Rotary, un club privato presente in tutto il mondo, che prevede anche un programma di scambi internazionali, grazie al quale uno studente che frequenta la quarta superiore ha la possibilità di vivere un anno all’estero per studiare. Usufruendo di questa opzione, ho chiesto di andare negli Stati Uniti. L’associazione incrocia tutte le richieste che provengono dai vari Paesi e vi distribuisce i ragazzi, tenendo conto della preferenza espressa quando questo è possibile. Io sono finito in Texas, ma il ragazzo del Texas della famiglia che mi ha ospitato, è andato in Francia, non in Italia. Non ho potuto scegliere precisamente lo stato americano, quindi potevo finire in Texas come in Nebraska; c’è da dire, però, che il Texas ha una grande tradizione di accoglienza di ragazzi che vengono dall’estero, mentre altri Stati, come la California, sono meno ospitali.”
Sei partito con un obiettivo o una speranza precisi?
“Per prima cosa volevo imparare l’inglese e all’inizio questo rappresentava l’obiettivo principale, poi però ho capito che l’esperienza ti forma da tantissimi punti di vista: cambiare stato ti costringe ad adattarti, anche perché nel mio caso sono andato in un Paese totalmente diverso dall’Italia e da tutta l’Europa. Ed è proprio questa necessità di adattamento che ti fa cambiare e maturare, perché devi abituarti a un mondo in cui la gente la pensa in modo diverso su tutto, quindi all’inizio c’è stata una motivazione di tipo pratico, ma poi ho scopertouna cultura tutta nuova e profondamente diversa rispetto alla mia.”
Quali sono state, una volta arrivato, le tue primissime impressioni?
“Il club del Rotary non era riuscito a trovarmi una famiglia e quindi sono andato a vivere con un membro del club che abitava da solo e che ha gentilmente accettato di ospitarmi, così ho vissuto lì per tre mesi. L’inizio è stato molto difficile: innanzitutto non parlavo la lingua, perché non ero a Londra o a Los Angeles, ma ero in una realtà periferica, perciò sarebbe come per uno straniero andare in Sicilia conoscendo l’italiano che si studia normalmente sui libri e sentire le persone parlare in siciliano; quindi il primo ostacolo è stato proprio dover obbligatoriamente imparare la lingua e l’accento. Un’altra cosa che fa impressione è lo spazio: il Texas, come un po’ tutti gli Stati Uniti, ha un territorio vastissimo, in cui devi necessariamente spostarti in macchina per qualsiasi cosa. Noi siamo abituati a vivere nei condomini all’interno delle città; in America, invece, ci sono degli agglomerati di case collegati tra loro, chiamati “neighborhood”, che corrispondono ai nostri quartieri. Da lì ci si può muovere solo in macchina: non esiste l’idea di passeggiata, dato che non c’è l’idea di piazza o di centro. Gli unici luoghi di incontro sono i centri commerciali, dove la gente può passeggiare.”
Ma questa lontananza tra un posto e un altro si trova solo nei piccoli centri dove hai vissuto?
“In realtà no, perché io ho visitato anche grandi città come Los Angeles, New Orleans e San Antonio: sono proprio le città americane ad essere fatte così. In Europa tutto questo non si vede perché la sua storia è antichissima; una volta ci si spostava a piedi, quindi le città sono sorte vicine tra loro e hanno un centro storico; l’America invece è molto più giovane, dunque le città sono tutte progettate per persone che usano le automobili. Un’altra cosa che salta all’occhio è il fatto che le persone siano tutte diverse tra loro: alte, basse, grasse, magre, di diverse etnie…in America c’è una mescolanza di culture che qua ci sognamo. I primi che si notano sono i giocatori di football, perché in Italia non ce ne sono. Ho conosciuto un ragazzo due anni più piccolo di me che era alto due metri, pesava duecento chili e giocava a football. Si allenava tantissimo, ma era così naturalmente, non prendeva né integratori né sostanze dopanti. Tra l’altro in America tutti fanno sport e tutti vanno in palestra; io giocavo a tennis tutti i giorni, come fosse una materia scolastica. Gli americani, infatti, soprattutto quelli più poveri, ritengono lo sport un modo per emergere, quindi puntano moltissimo sull’attività fisica.”
Una volta che ti sei ambientato, inizi ad abituarti a tutte le cose diverse rispetto al paese dove sei sempre vissuto oppure è impossibile abituarsi?
“Dipende da come sei. Dipende dalla persona che sei. Mia sorella è andata in America prima di me e mi aveva già raccontato come sono gli americani, quindi ero già predisposto ad accettare positivamente tutte le cose che sarebbero successe. Una delle prime a cui mi sono abituato è il modo in cui mangiano. Noi generalmente socializziamo durante i pasti, mentre in America tutti stanno per conto proprio mentre si consumano i pasti: chi sta al cellulare, chi davanti alla TV e chi non viene proprio a cena. Ci sono cose a cui ho fatto più fatica ad abituarmi: per esempio il cibo. Lì mangiavo fast food in continuazione e dopo alcuni mesi è diventato pesante; invece un aspetto a cui ho fatto molta fatica ad abituarmi è che tutti hanno le armi e molti nelle grandi città vanno in giro armati per difendersi. Però sono tutte cose che devi accettare, perché fanno parte del sistema di vita del paese in cui sei. Citavo prima i continui spostamenti in macchina: è forse la cosa a cui ho fatto più fatica ad adattarmi, anche perché non esistono i bus o le corriere che coprono brevi distanze. E poi ho fatto fatica ad accettare il fatto che non ci fosse nulla intorno a dove vivevo. Chiaramente ci sono anche tante belle cose, ma intorno ai paesini non c’è quasi nulla da fare.”
Si parla molto di spirito di appartenenza americano: è effettivamente così?
“Sì, assolutamente. In classe alle 8.45 tutti si alzano, guardano la bandiera, si mettono la mano sul cuore e cantano l’inno americano e quello texano. Si avverte anche un grande senso di appartenenza politica. Solitamente, nelle campagne, ovvero dove vivevo io, tendono ad esserci più repubblicani, che sono i conservatori, e mi ricordo che mentre viaggiavo su un’autostrada c’erano dei camion ai bordi delle strade sui quali erano scritti messaggi a sostegno del partito repubblicano. In Italia si sente meno quest’appartenenza, anche perché abbiamo più partiti, mentre negli Stati Uniti ci sono solo repubblicani e democratici: due fazioni che essi percepiscono come opposte. Questo, però, è pericoloso, perché ti dà una sorta di impostazione di vita tale per cui sei o una cosa o l’altra, ma in entrambi i casi non va bene. Anche a scuola ci si prende in giro per questo: io per esempio sentivo i miei compagni che si davano del “democratico” come insulto. Il senso di appartenenza si nota anche a scuola. Il nostro team di football ha conquistato la finale del campionato statale, che si svolgeva a Dallas, a quattro ore da dove vivevo io, quindi credevo, vista la distanza, che nessuno vi avrebbe partecipato, invece tutta la scuola andò a vedere la partita. Ricordo che questo mi stupì tantissimo, anche perché difficilmente tutto il Copernico andrebbe a vedere la propria squadra di pallavolo a Milano.”
Com’era il rapporto con la tua famiglia americana?
“All’inizio, come ho detto prima, vivevo da solo con quest’uomo, con cui comunque riuscivo ad avere degli scambi di idee molto interessanti e stimolanti. Dopo un po’, però, è diventato monotono. Io ho vissuto tre mesi con lui, ma poi ho avuto la fortuna di incontrare un ragazzo a scuola, Jace, che mi ha proposto di andare a vivere a casa sua, allora io ho accettato subito. Era alto un metro e ottantacinque, palestrato ed era un giocatore di baseball, mentre i suoi genitori erano obesi, cosa che accade spesso. Jace aveva due fratelli gemelli affetti da una forma di sordità, ma grazie ad un apparecchio riuscivano a comunicare in maniera efficace.”
Quali sono le differenze maggiori tra la scuola americana e quella italiana? È vero che nella scuola americana si studia poco?
“Sì, è vero, nella scuola americana non si studia, a meno che uno non lo voglia veramente, infatti là non c’è una distinzione tra i vari istituti, ma c’è un’unica scuola in cui puoi scegliere le materie in base alle tue capacità. Dato che non conoscevo bene la lingua, mi hanno messo nelle classi più arretrate. La scuola americana, quindi, premia il singolo: se tu sei uno che vuole fare carriera, vai nelle classi più avanzate; se invece sei uno che non ha voglia di fare, che non si impegna o se non sei abbastanza bravo, puoi iscriverti ai corsi base, che ti insegnano cose molto pratiche, come il funzionamento di un motore, per poi andare subito a lavorare. È vero, in America studiano di meno, ma ciò non significa che non abbiano persone specializzate, ad esempio ingegneri: semplicemente i migliori vengono indirizzati verso dei percorsi specifici.”
Hai detto che tutti hanno armi. Ti è capitato di essere in pericolo?
“Allora, c’è da dire che non ti senti proprio a tuo agio nel sapere che tutti vanno in giro con le armi, però non mi sono mai sentito in pericolo, perché vivevo in un quartiere tranquillo: probabilmente se mi fossi trovato in un quartiere di periferia di una grande città mi sarei sentito più minacciato. Comunque i posti più pericolosi sono proprio le grandi città, perché nelle campagne è difficile vedere persone armate.”
Il tema delle armi va contestualizzato: perché la gente ha le armi in America?
“Nella mia ora di “Governo” a scuola ho studiato gli emendamenti americani; il secondo dice che un cittadino ha il diritto di possedere armi, allora io non ho resistito e ho chiesto il motivo di ciò e i miei compagni mi hanno spiegato che sentono la necessità di proteggersi dal governo. In particolare negli Stati repubblicani i cittadini non vogliono in alcun modo che il governo entri nelle loro vite: non vogliono tasse, non vogliono regolamentazioni dello Stato e vogliono avere la libertà assoluta. Le armi serviranno nel caso in cui il governo decida di minacciare la loro libertà: con quelle potranno difendersi. Il possesso delle armi, quindi, è visto dagli americani come una conquista di un’enorme libertà, anche considerando il fatto che pensano che il governo li limiti e basta. Durante quest’esperienza io ho capito le loro ragioni: ma capire non vuol dire giustificare.”
Il tuo viaggio è stato utile per imparare l’inglese?
“Sì, perché per vivere un anno lì è fondamentale impararlo, sia per fare dibattiti a scuola, sia, banalmente, per ordinare al ristorante o per parlare con le persone che ti stanno accanto. All’inizio è difficile visto che l’accento varia da paese a paese e la parlata texana è molto differente da quella che si studia sui libri a scuola. I più facili da capire sono i professori, perché si devono far comprendere e parlano lentamente. Quando invece devi parlare con i tuoi coetanei è molto più difficile, perché la loro parlata è ricca di slang e modi di dire.”
Come funziona con la scuola una volta tornato in Italia?
“Appena tornato in Italia sono andato a parlare con tutti i professori, che sono stati molto comprensivi, mi hanno dato degli argomenti precisi e fondamentali che mi serviranno ora per affrontare la quinta. Poi, durante il primo quadrimestre, ho concordato con essi delle date, in cui abbiamo fissato gli esami per consolidare le mie conoscenze.”
Torneresti a vivere o lavorare lì?
“Io lavorerei molto volentieri lì, in Texas, o negli Stati Uniti in generale, perché si guadagna molto di più. Gli americani hanno meno tasse, anche perché la sanità e l’istruzione non sono statali, però non vorrei formare una famiglia, perché è un posto che dà un’impostazione di vita che non condivido.”
Com’è stato tornare in Italia?
“Per me è stato difficile tornare in Italia perché avevo legato tantissimo con la mia famiglia americana, perciò è stato quasi un trauma, perché mi ero ambientato molto bene ed era diventata la mia casa, però sapevo di dover tornare. Tutta quest’esperienza mi ha lasciato dentro un grande senso di rispetto per gli Stati Uniti e sono riuscito a capire la mentalità americana e il modo di ragionare di questo popolo. Quando torni a casa, trovi tutto al suo posto, come l’avevi lasciato. Eppure sembra tutto cambiato, diverso: perché alla fine ad essere cambiato sei tu.”
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