di Lisa Pinto

Attraversare una città frenetica alle cinque e mezza del pomeriggio non è mai fonte di divertimento per i pendolari. Dopo otto ore di lavoro in ufficio, il lobo temporale è fin troppo stimolato da fotocopiatrici in perenne attività, brusii alla macchina del caffè, ticchettii di penne a scatto, tacchi di segretarie che vanno e vengono e tastiere dei computer. Finito il proprio turno, non appena messo piede fuori da uno di quei tanti edifici dall’aspetto anonimo, il mormorio del condizionatore, il cigolio del cassetto della scrivania e il calpestio per i corridoi aleggiano ancora nella mente.
Il ritorno a casa non è da meno: le passeggiate sui marciapiedi dissestati, con il sottofondo di clacson, campanelli di biciclette e fruscii di monopattini e motorini che filano leggiadri tra il traffico, noncuranti dell’esasperazione degli automobilisti, che li osservano allontanarsi ricoprendoli di improperi.
Quando ormai si è giunti alla stazione, i pochi minuti di attesa sono accompagnati da un ronzio insistente, memoria del brulichio che riempiva la testa fino a qualche istante prima, finché non riprende lo sfrecciare di vagoni e, finalmente, lo stridore della frenata del proprio treno che, con uno sbuffo, lascia schiudersi le porte.
La voce metallica registrata ricorda le fermate, mentre si riesce a scivolare su un sedile dal lato del finestrino. Proprio mentre si vorrebbe riposare in tranquillità, iniziano a squillare cellulari, rimbombare video strepitanti e canzoni, così il brusio mano a mano si tramuta in un fragore.
Arriva la propria fermata e non si indugia un istante prima di precipitarsi fuori, sperando di trovare il tanto bramato silenzio.
La periferia accoglie con l’orizzonte libero dalle sagome geometriche dei lunghi palazzi cittadini. Le prime serrande si srotolano con un tonfo mentre il sole cala lentamente nascondendosi alla vista. Si prosegue la passeggiata e ci si avvicina sempre più a casa. Le chiavi tintinnano nel mazzo, mentre la chiave del portone ruota nella toppa per arrivare un passo più vicini al meritato riposo. Si chiude la porta d’entrata alle proprie spalle.
Un’atmosfera ovattata dà l’idea di non aver mai messo piede fuori dall’uscio. Mentre si appoggia la puntina del giradischi su un vinile per un sottofondo musicale meditativo, tutta la frustrazione, l’ansia e le preoccupazioni evaporano.
Preparare la cena diventa una sinfonia di fruscii, sbuffi di vapore, gorgoglii e tintinnii di posate. Terminati gli impieghi quotidiani, si sprofonda in una comoda seduta con le pagine ingiallite di un libro che, leggiadre, sospirano fra le dita. Il gatto acciambellato fa le fusa al proprio fianco, mentre all’esterno una pioggerella fine lascia il posto al temporale che borbotta e poi a gocce corpose che toccano terra con suono pieno.
Si conclude una lunga giornata con la musica della serenità.