Quante volte lo abbiamo sentito dire, e forse l’abbiamo ripetuto noi stessi? Nella battaglia contro la pandemia di CoViD-19 siamo tutti sulla stessa barca, il nemico comune è il virus e colpisce tutti in modo uguale, non fa distinzioni di sesso, nazionalità o reddito. In linea di massima è vero, o almeno lo sarebbe se questa pandemia avesse avuto solo effetti sanitari. Come abbiamo imparato però non è affatto così, anzi il dibattito tra chi sostiene che sia necessario riaprire tutto per far risollevare l’economia e chi invece segue una linea più rigorista tiene impegnati i governi di tutto il mondo.

Ma la pandemia sta facendo davvero così tanti danni all’economia? La risposta cambia in base a dove si guarda. I dati parlano chiaro: nonostante una leggera crescita (+0,2%) del tasso di occupati tra il secondo e il terzo trimestre del 2020, il dato tendenziale – ovvero il confronto tra dati dello stesso intervallo di tempo in due anni diversi – è fortemente negativo. Il numero degli occupati è sceso di 622.000 unità (-2,6%) e quello dei disoccupati è salito di 202.000 (+18,5%), e a pagare il prezzo del lockdown sono stati soprattutto i giovani (-6,0% nell’occupazione, +12,6% nella disoccupazione) e le donne (-3,5% nell’occupazione, +9,9% nella disoccupazione). A coronare questo quadro non proprio rassicurante, ci sono i dati sulla povertà diramati dalla Caritas, che sembrano  indicare un’inversione di tendenza rispetto al 2019, che vedeva la povertà assoluta scendere. I cosiddetti nuovi poveri, coloro che per la prima volta si rivolgono alla Caritas, sono aumentati del 14% rispetto al 2019, andando a comporre il 45% di tutte le persone aiutate dall’organizzazione. Inoltre, un’indagine straordinaria della Banca d’Italia rivela che il 50,8% delle famiglie ha visto il proprio reddito diminuire nei mesi di lockdown.

A differenza della crisi finanziaria del 2008 però, le borse non sembrano essere state altrettanto interessate dalle disgrazie portate dalla pandemia. Molti tra i maggiori indici azionari, come Nasdaq, Dow Jones e S&P 500 sono ai loro massimi storici, e nonostante tutti i titoli siano stati interessati da un calo repentino in seguito all’annuncio del lockdown, si sono ripresi nell’arco di un mese circa, mentre avevano impiegato quasi tre anni per risollevarsi dal crollo del 2008. La stessa cosa vale per i multimiliardari del mondo, che hanno visto aumentare il proprio capitale di cifre incredibili.

Prendendo l’esempio degli Stati Uniti, dove si concentrano alcune delle più grandi aziende del mondo, l’aumento totale di capitale per i 651 miliardari è stato di 1,06 triliardi (+31,6%) di dollari dal 16 marzo al 7 dicembre 2020. Per fare un paragone, la cifra è pari a poco meno della metà del PIL italiano del 2019. L’infografica qui sotto riporta la crescita di capitale per alcuni dei miliardari più noti.

La domanda su come possa esistere una tale diseguaglianza nelle conseguenze economiche della pandemia sorge spontanea. In parte è dovuto al fatto che molti di questi miliardari operano in ambiti che hanno vissuto una notevole espansione durante i mesi di lockdown, come per esempio i social media e le piattaforme di telecomunicazione, e quindi hanno visto i propri utili salire in modo impressionante. In parte è anche dovuto al fatto che gran parte di queste società non paga le tasse nei Paesi dove gli utenti usufruiscono dei prodotti e servizi, ma lo fanno in paradisi fiscali, pagando in percentuale meno di un contribuente della classe media. 

La pandemia ha messo in luce i problemi strutturali del nostro sistema economico, oltre a metterci di fronte alla scomoda antitesi tra lavoro e salute. Invece di colpire tutti allo stesso modo inoltre ha acuito le diseguaglianze e ne he create di nuove. Il problema è che siamo stati noi stessi probabilmente a gettare le basi perché questo accadesse.

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