di Anna Carraro,  Francesca Linussio e Lavinia Fortunato Roverano

Quante volte ci siamo sentiti dire dai nostri professori “non paragonatevi ai vostri compagni”, “non fate a gara a chi ha preso il voto più alto”, “non sentitevi inferiori se il vostro voto non è quello che vi sareste aspettati”? Quante volte hanno poi concluso il discorso con la frase che tutti si sono sentiti dire almeno una volta nella vita: “VOI NON SIETE UN VOTO”?
È ormai noto quanto pesi l’ansia da prestazione sul giudizio scolastico: infatti, quest’ultimo dipende non solo dal livello di studio e conoscenza, ma anche da eventi esterni, come lo stato d’animo, la concentrazione o il livello di stress. Per quanto uno studente possa impegnarsi a capire gli argomenti trattati, ci saranno sempre quei fatidici cinque minuti prima del compito, nei quali l’agitazione prende il sopravvento e si ha la sensazione di non ricordare più nulla. La frase “tu non sei un voto” diventa, quindi, insignificante.

È avvilente quando si è consapevoli di aver dato il meglio di sé stessi per capire le lezioni, ma non si riesce a dimostrarlo; è avvilente quando si inizia a navigare nella propria testa, cercando di capire cosa penseranno le persone vedendo gli errori commessi; è avvilente non riuscire a fidarsi delle proprie capacità. Ci viene detto che il voto rappresenta la mole di informazioni che abbiamo appreso durante lo studio, ma se le emozioni ci giocano brutti scherzi, come facciamo a far capire a coloro che giudicano cosa realmente sappiamo? I voti sono davvero così importanti?

Esiste una scuola che non basa l’apprendimento degli studenti su una valutazione, ma si concentra su un metodo alternativo di studio: la scuola Montessori.
In questo ambiente, per comprendere il livello di preparazione degli alunni viene espresso un giudizio orale, senza aver bisogno di voti numerici: l’unica eccezione avviene durante l’ultimo anno, nel quale questi sono necessari per l’iscrizione alla scuola successiva.

Invece, gli studenti che tutti i giorni sono obbligati a confrontarsi con dei voti, spesso sono sopraffatti da sensazioni di ansia e sconforto: una persona cara, come un familiare, un amico o persino un insegnante, potrebbe essere di supporto, infondendo nell’alunno un senso di sicurezza e tranquillità. Non sempre però sono presenti simili figure di riferimento: è proprio in questi casi che possono entrare in gioco persone specializzate nel campo, come gli psicologi.
Questi ultimi non sono figure da prendere in considerazione solamente in casi di disagi mentali, ma anche semplicemente per avere un aiuto nel risolvere problemi di tutti i giorni o insicurezze “minori”. Nel caso in cui uno studente non si senta a proprio agio nell’ambito scolastico, oppure si trovi sottoposto a emozioni o a carichi che da solo non riesce a sostenere, uno o più incontri con uno specialista potrebbero essergli d’aiuto per gestire meglio la sua situazione.
Purtroppo però, tutt’oggi alcune persone hanno una considerazione stereotipata e sbagliata nei confronti di coloro che usufruiscono di questo tipo di servizio: spesso si sente dire che questi sono dei “malati mentali” o “persone da evitare” perché problematiche. Questo pregiudizio piuttosto comune causa in molte persone un’insicurezza, che molte volte porta non solo ad avere paura di confidarsi con qualcuno, ma anche a temere fortemente il giudizio altrui. In realtà, una persona che sceglie di vedere uno psicologo non è affatto “pazza” e non ha niente di cui vergognarsi: anzi, al contrario, dovrebbe sentirsi fiera di esser riuscita ad avvicinarsi a una figura che cerca di migliorare la vita delle persone, aiutandole a convivere con sé stesse e con gli altri. Non è facile, inoltre, riuscire a prendere coscienza delle proprie difficoltà e ad agire contro esse, né tanto meno lo è aprirsi con una figura esterna e accettare di farsi aiutare. Proprio per questi motivi, invece di “strane”, queste persone dovrebbero essere considerate coraggiose e forti.
Come forte è chi, davanti ad un voto che non lo soddisfa, non si sofferma a rimuginare su un banale numero che si gli si para davanti agli occhi, ma decide di andare avanti senza darci troppo peso: in fondo, tra dieci anni, quel voto non sarà altro che sbiadito inchiostro rosso su un pezzo di carta stropicciato in fondo a un cassetto.