di Sara Dominissini

Tutti noi abbiamo sempre creduto di sapere cosa fosse uno stupro, ma non è mai stato così, tantomeno adesso.

La narrazione dello stupro che siamo costretti ad ascoltare, da quando udiamo per la primissima volta questo termine così crudo e ingiurioso, è traboccante di pregiudizi e banalizzazioni, una sorta di seconda violenza consumata attraverso le parole e, spesso, il silenzio.
Uno di questi pregiudizi, forse il più tossico, è quello che ci ha insegnato come lo stupro sia la conseguenza di una incontenibile e congenita impulso sessuale.
La verità, invece, è che lo stupro non c’entra nulla con il sesso, nemmeno con la seduzione, l’eccitamento o il desiderio.Chi stupra decide di farlo perché desidera esercitare un potere, brama la supremazia sull’altro, quasi sempre l’altra.
É una questione di potere e sottomissione.
Lo stupro ti condanna al misconoscimento di te stesso e all’ignominia, riducendoti da persona a cosa inanimata e passiva; ti domandi in cosa ti abbiano trasformato e non ti ritrovi più, perchè le ferite perpetuate dalla cupidigia del potere durano per sempre, si annodano nelle fibre del tuo cuore.
La violenza genera sempre vergogna, che a sua volta crea violenza, facendo catapultare la vittima in un circolo vizioso infinito e dissipante.
Naufragare dentro alla vergogna è una dannazzione che solo una persona stuprata può conoscere.
Non a caso stuprum significa letteralmente disonore, onta, a dimostrazione di come l’etimologia sia lo spirito di una parola, capace di tracciarne la storia attraverso i tempi che ha vissuto e i luoghi che ha abitato.
La vergogna della vittima, il suo senso di colpa, si colloca in un retaggio antichissimo, partorito da una cultura che è cresciuta attraverso ingiustizie secolari e i soprusi che l’hanno segnata.
Non si può parlare di stupro senza parlare, quindi, di potere e di vergogna; ditemi ora, cosa centra in tutta questa spirale di violenza l’attrazione sessuale, il desiderio? Nulla.
Lo stupro è una questione esclusivamente di potere e di vergogna.
Ed è questo binomio che permette di comprendere perché il coraggio delle vittime di denunciare diserti sistematicamente.
Le ragioni in realtà sono innumerevoli e astruse, ma tutte queste nascono dalla stessa sorgente, lo stesso binomio, ancora una volta, potere e vergogna.
In primo luogo per chiedere aiuto devi essere consapevole di averne bisogno, ma quando vieni violentato rischi di introiettare il disprezzo dello stupratore, diventando nemico di te stesso, giudicandoti nella tua stessa mente malata “sporco” e non meritevole di sostegno e di cura.
Secondo questo meccanismo dell’inconscio la colpa, in fondo, va destinata anche a chi “si fa stuprare”, come se la violenza fosse un destino crudele già scritto e inevitabile, indissolubile dalla sostanza della vittima, che inizia a portare la croce del suo stesso abuso.
In secondo luogo perché mai denunciare se è funzionale solo a trascinare il proprio intimo dolore sotto i riflettori dell’opinione pubblica?
Rimarrà incisa per sempre nelle nostre coscienze la domanda che venne sollevata a Franca Rame, a seguito del suo rapimento e stupro di gruppo:“Signora, ha goduto?”.
Domanda ripugnante posta non da uno dei suoi carnefici, affatto, ma da un rappresentante delle forze dell’ordine, un membro di un’istituzione incapace di difendere, ma abilissima nel condannare chi dovrebbe proteggere.
Immagina di trovare il coraggio di denunciare il tuo stupratore, di recarti in centrale rimuginando sulle parole più corrette per raccontare quell’incubo vissuto (come se di parole giuste ce ne fossero), e sentirti vomitare addosso sentenze in gergo burocratico come “ dovevi venire nelle 48 ore dopo la violenza carnale, la prassi è questa”.
La prassi.
48 ore.
Chi trova il coraggio di denunciare uno stupro in 48 ore?
Come ci si può trasformare in vasi di pandora, scaraventare tutto il rancore, l’angoscia, l’orrore e la vergogna al di fuori di noi, in solo due giorni?
O in un solo anno?
O in una sola vita?
Credere che dire no sia un concetto scontato, ritenere uno stupratore un uomo preda del suo istinto e dell’eccitamento, reputare inquisibili le azioni di una vittima stuprata e giudicare fallace una testimonianza solo perché frutto di un “lungo” periodo di silenzio e espiazione, sono conseguenza della lente offuscata dall’acredine con la quale la società guarda se stessa, continuando a nutrire i suoi acini d’odio.
Quindi, abbiamo capito cos’è veramente uno stupro?
No, non lo capiremo mai davvero, soprattutto non saremo mai capaci di comprendere la penitenza a cui una vittima di stupro è condannata.
Sentirsi costantemente come un nervo scoperto, essere perseguitati dalla visione, che sembra destinata a non dover mai scomparire, di ricordi ripugnanti di quegli istanti di violenza.
La verità è che, in quel momento, l’unica cosa che ti attraversa la mente è il nulla, tabula rasa, il terrore ti paralizza e ti trasforma in un animale che si mimetizza e cerca di farsi  inghiottire dalla terra sottostante per sparire.
Peccato che non ci siano strategie funzionali in caso di stupro.
Nessuno ci ha mai insegnato come comportarci in caso di stupro.
Come difenderci quando mani iniziano a rubarci il corpo, lasciandoci l’anima smembrata.
Nessuno ci ha preparato al momento in cui potremmo venire aperti con scasso, violati nella carne e dilaniati nello spirito.
Nessuno ce lo insegnerà mai perché non si può essere preparati e, finchè la mentalità collettiva non sarà profondamente rivoluzionata, nessuno sarà al sicuro.
‘Til it happens to you, you don’t know
How it feels
How it feels
‘Til it happens to you, you won’t know
It won’t be real
No it won’t be real
Won’t know how it feels
You tell me hold your head up
Hold your head up and be strong
‘Cause when you fall, you gotta get up
You gotta get up and move on
Lady Gaga – Til It Happens To You

Sitografia

Bibliografia

  • Valentina Mira, X, Roma, Fandango Libri, 2021;