di Nicolò Marcone 3D
Rosie era stufa, stufa di tutta la stupida gente che camminava per stupide strade per andare in stupidi posti. Era anche stanca, quindi entrò in un bar ed ordinò una birra. Mentre la sorseggiava, si mise ad ascoltare distrattamente il rassicurante e regolare tamburellio delle dita del suo vicino.
Le falangi si muovevano ritmicamente. Le dita si alzavano e si abbassavano una dopo l’altra. Un’onda. Uno tsunami. Le unghie colpivano il bancone.
TUM, il pollice era crollato sul bancone.
TUTU… l’indice e il medio colpirono in rapida successione.
…TUTU li seguirono l’anulare e il mignolo, l’ordine era fini…
…TUM. Qualcos’altro era caduto. Qualcosa che non sarebbe dovuto esistere.
Rosie si voltò di scatto. Cinque dita. La mano aveva solo cinque dita…
“C’è qualcosa che non va?” chiese l’uomo sorridendo.
“Per un attimo mi era sembrato…”
“Cosa?”
“Niente…” Che idea stupida. Non esistono mani con sei dita. Si era fatta suggestionare.
Si scusò con l’uomo, disse che era stata troppo maleducata, lui disse che no, non lo era stata ed iniziarono a parlare. Dieci minuti dopo l’uomo scommise che poteva bere più birra di lei e lei accettò.
Alla sesta birra rallentò leggermente, l’uomo invece beveva come se niente fosse.
All’ottava birra cominciò a sentirsi ubriaca, l’uomo invece beveva come se niente fosse.
Alla tredicesima perse definitivamente il conto, l’uomo invece beveva come se niente fosse.
Rosie non capiva più niente. Disse che doveva andare a casa perché ormai era buio. L’uomo si offrì di accompagnarla. Capì vagamente che erano usciti fuori dal bar e che stavano camminando in un vicolo.
D’un tratto sentì un rumore. Si voltò, e fece appena i tempo a vedere un baluginar d’artigli prima che la sua gola venisse squarciata.
Crollò a terra mentre il suo stesso sangue le strozzava la trachea. Provò a urlare, ma tutto quello che le uscì fu un flebile gorgoglio. E l’ultima cosa che vide fu una figura oscura che la guardava morire con occhi compiaciuti.
“Idiota” si ripetè il mostro guardandosi la zampa dotata di sei dita artigliate. Come aveva fatto a commettere un errore così stupido. L’umana se ne era subito accorta ma per fortuna aveva pensato di essersi immaginata tutto. Poi, tutto era stato semplice: due ore per ubriacarla, dieci secondi per ucciderla, mezz’ora per sbranarla. Si stuzzicò la seconda fila di denti con un artiglio, i capelli rimanevano sempre impigliati.
Guardò l’orologio: sarebbe potuto andare all’ospedale, un neonato sarebbe stato un ottimo dessert. Uscì con calma dal vicolo. Nessuno lo degnò di uno sguardo.
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