di Ilaria Sommaro

A 25 anni dalla strage di Capaci in cui rimasero uccisi il giudice Falcone insieme a sua moglie e ai tre uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Micillo e Antonio Montinaro, parla l’autista del magistrato Giuseppe Costanza assieme ad Antonio Cioccoloni, che a soli 21 anni era già caposcorta di importanti personaggi. Durante l’incontro, svoltosi presso la Sala Mons. Luigi Petris del Centro E. Balducci a Zugliano, è stata riportata l’esperienza vissuta in prima persona dall’autista:

Autostrada A29, Capaci, ore 17:58, 23.05.1992. L’autista Giuseppe Costanza: ”Dottor Falcone si ricordi di darmi le chiavi dopo”, senza pensarci due volte il giudice – quel giorno alla guida affianco alla moglie Francesca Morvillo – sfila le chiavi dall’auto provocando un ritardo di qualche secondo all’appuntamento con la morte. Interviene allarmato Costanza: ”Dottore così ci ammazziamo!”. Subito dopo aver ripreso la velocità di marcia, violentemente l’asfalto si alza davanti ai loro occhi. La mafia ha colpito.

Mentre Falcone morirà poco dopo in ospedale, l’autista che lo ha accompagnato dal ’84 al ’92 dopo un travagliato percorso ce la farà.

Costanza lo ricorda con occhi pieni di orgoglio, parlando di un uomo chiuso sedici ore al giorno in un ufficio di cemento ad analizzare caso dopo caso, molto spesso insieme alla moglie Francesca. Perché, ci chiediamo? Perché, nonostante le minacce, Falcone è rimasto? Per amore della sua terra, del suo paese e per amore della giustizia.

Cosciente del fatto di essere ”un cadavere che cammina”, come affermò lui stesso, non abbandonò ciò che solo oggi ci accorgiamo essere indispensabile.

La lotta alla mafia è diventata un fatto sentito e necessario solo in seguito alla morte di Falcone e Borsellino, due uomini ricchi di speranza e ottimismo per il futuro, tanto che il primo nel momento in cui fondò  la Direzione Nazionale Antimafia, entusiasta disse: ”È fatta!”, mentre l’idea più romantica di Borsellino confidava nei giovani perché ”se la gioventù le negherà il consenso la mafia svanirà come un incubo”.

Per non rimanere un Paese dedito esclusivamente alle commemorazioni ricordiamo che ”chi tace e piega la testa muore ogni volta che lo fa, mentre chi parla e cammina a testa alta muore una volta sola”.