di Lisa Pinto
“È il golfo di Trieste” ride qualcuno. Apro la pesante porta del traghetto, finalmente un po’ di aria. Oltre al parapetto ricoperto da un velo di sale, il turchese del mare sbrilluccica. È davvero una bella giornata, c’è un caldo tiepido, promette di essere una buona partenza. Attracchiamo e no, non a Trieste, ma a Igoumenitsa. Dopo sedici ore di navigazione la Grecia ci dà il benvenuto così, tra paesaggi che sembrano dipinti da impressionisti e temperature quasi estive.
Giusto il tempo di pranzare che già torniamo in viaggio. La prima tappa è Kalambaka. Il paesaggio greco scorre veloce dal finestrino della corriera: colline morbide, dolci, ricoperte di verde. Persino le Meteore, enormi formazioni rocciose, con arroccati monasteri ortodossi, sembrano lisce, quasi aggraziate, pietre preziose incastonate fra le colline della Tessaglia.
Il giorno seguente si parte alla volta di Delfi. Passeggio nel sito archeologico, tra colonne bronzee, statue e scorci straordinari. Chissà se funziona l’oracolo. In realtà stento a credere che abbia davvero un responso per tutto.
Avrò mai una risposta al mio dilemma? Di questioni aperte ne ho tante, troppe, ma almeno una parentesi si chiuderà con questo viaggio? Percorro lo stesso cammino che ha unito secoli di pellegrini sperando di conoscere me stessa. Dovrebbe esserci un momento epifanico, una rivelazione così lampante e, forse, così ovvia? Niente. I dubbi restano, i pensieri pure. Spero di trovare chiarezza nel viaggio, ma forse sorgeranno solo altri interrogativi. E non mi dispiace, perché, in fondo, tutti abbiamo bisogno di macinare informazioni, di scervellarci su incognite e dilemmi che non avranno mai una soluzione. Perché restare senza risposta apre un mondo nuovo, permette di immaginare ciò che potrebbe esserci oltre, oltre ciò che è scritto, già definito e programmato. Crea speranza. Forse non voglio davvero la risposta dell’oracolo.
Ci aspetta il tratto di strada più lungo per raggiungere il momento più atteso, Atene. E con la mente che vaga e passeggia già per l’Acropoli, sono iniziate le disavventure che hanno portato qualcuno di noi a sperimentare in prima persona l’efficienza del sistema sanitario greco. Inizialmente motivato come intossicazione alimentare, poi come un virus che ha colpito circa un terzo dei compagni, ha scombinato i piani di viaggio.
E in questo clima teso e a dir poco complicato, la capitale non ha aiutato. Abbiamo sempre sentito parlare di retorica, politica, filosofia, scienza: tutte arti che hanno trovato una propria forma ad Atene, culla della cultura occidentale. Atene a noi si è presentata con un altro volto. Nel fine settimana la metropoli si svuota, complice il fatto che i veri ateniesi si sono rifugiati fuori città, lontani dal centro. Rimane un involucro grigio, dove manca l’aria e dove si trova a malapena l’ombra della civiltà che l’ha abitata. Non speravo certo di trovare Socrate passeggiare lungo le vie o Aristotele insegnare al liceo, ma credevo di imbattermi in qualcosa di autentico, un barlume di quella tradizione tanto idealizzata. Invece nulla, volti vacui, maschere, un viavai infinito di turisti. Ho sperato che Atene potesse illuminarmi la strada verso una risposta, aprirmi gli occhi, ma ho conosciuto una città che vive bendata.
Lasciamo Atene perché ci aspettano due giorni intensi. Nell’arco di quarantotto ore visitiamo Capo Sunio, Corinto, Nemea, Epidauro e Micene. E sono stati due giorni di preoccupazione per i compagni, di dubbi, un’altalena di emozioni senza fine. A ciò si è aggiunto un turbinio continuo di informazioni, fotografie e corse contro il tempo per rimanere al passo con il programma. Con tante, troppe domande in testa abbiamo sostato presso il canale di Corinto, sperimentato l’acustica eccezionale del teatro di Epidauro, passeggiato per le strade dell’antica Micene e ammirato la pseudocupola della tomba di Agamennone.
La nostra Odissea si è conclusa ad Olimpia. Al mattino abbiamo visitato il sito archeologico con la tradizionale gara di corsa allo stadio, nel pomeriggio c’è stato il trasferimento a Patrasso per la partenza. Dopo qualche incomprensione e inconveniente per l’imbarco, vediamo finalmente il traghetto allontanarsi dalla costa.
E di tutto questo folle turbinio cosa ci rimane? Grecia, alle radici dell’humanitas. L’abbiamo davvero trovata tutta questa umanità? Decisamente sì, nei momenti peggiori, oltretutto. Perché nulla ci ha uniti più degli imprevisti, dei cambi di rotta e delle pause forzate. Ogni momento, proprio quando stava per scivolare nel panico, si è trasformato in un istante di condivisione, di convivialità e di sostegno reciproco. La vera solidarietà si è trovata nella cura dell’altro nel momento del bisogno, nei sorrisi stremati dei professori che, nonostante tutto, hanno continuato a testa alta a guidarci in questa nostra avventura.
Sicuramente la Grecia ci ha insegnato la gioia unica di rimettere piede sulla terraferma, sulla propria terraferma, con le certezze e la sicurezza che sa offrire.
Però la Grecia ci ha regalato molto altro: accogliere l’imprevisto con razionalità e positività, prestare attenzione alla bontà che si manifesta nei momenti di difficoltà, al senso di unione che si sente più vivo che mai negli istanti più improbabili.
Forse non abbiamo vissuto la gita modello e sicuramente non è stato il quadretto ideale del viaggio perfettamente organizzato. Ma siamo stati testimoni di altro. Abbiamo davvero scavato alle radici dell’humanitas. E forse abbiamo scoperto più di quanto potessimo immaginare.
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