testo di Mattia Piccoli e illustrazione di Giovanni Tomasetig

Senti l’aria fresca della prima sera. Non c’è niente di più bello.”
“Veramente a me questo freddo fa venire la pelle d’oca.”
“Certo, è anche per questo che siamo qui: il freddo, il disagio di avere le maniche corte a quasi 2500 metri sopra il livello del mare dopo il tramonto del Sole e il pensiero che avremmo fatto bene a prenderci una giacca. Anche questo fa parte del sentirsi vivi. Nella vita ci sono tante cose belle di cui gioire, ma sono quelle brutte ad essere interessanti, sono loro che ti mantengono i piedi ben saldi a terra e ti fanno sentire ogni ciottolo, ogni asperità del terreno sul quale cammini. E comunque non siamo qui soltanto per l’aria fresca”
“Va bene tutto, mi basta solo che torniamo nella sala di comando fra una decina di minuti perché a breve dovremo iniziare le riprese degli spettri.”
Il ragazzo s’interruppe e poi chiese: “Potrei sapere perché dovrò patire il freddo ancora per altro tempo?”
“Ah ragazzo, contemplazione! Contempliamo ciò che ci circonda! La fascia vermiglia, residuo dei vivaci fuochi rossi del tramonto di un’ora fa, le silhouette nere come la pece dei monoliti di basalto lungo il cratere a nord, che si stagliano sull’azzurro cupo del cielo, il triangolo estivo con le luminose Deneb, Vega e Altair e le loro rispettive costellazioni che presto verranno annegate nell’ancora evanescente Via Lattea.”
“In effetti è proprio rilassante questo luogo. Pensi che adesso comincio a sentire anche meno freddo.”
“Cosa c’è di rilassante? Non c’è niente che possa tranquillizzare una persona qui intorno!”
“Osservi tutte le meraviglie che ci circondano. Sono stupende. L’ha detto lei.”
“Io non ho detto niente di tutto ciò. Ho detto che mi piace contemplare tutto questo.”
“Va bene, come vuole lei. Rientriamo?” chiese speranzoso il ragazzo.
“No! Non vuoi sapere il perché della mia contemplazione?”
“Immagino che lei voglia dirmelo ma che allo stesso tempo voglia sentirselo chiedere. Dato che la conosco e so che non rientreremo al caldo fino a quando non mi avrà detto ciò che mi vuole dire, allora glielo chiederò. Perché le piace contemplare la natura che la circonda?”
“Domanda molto intelligente, bravo!” il vecchio sorrise sapendo che al buio l’altro non l’avrebbe visto. “La risposta è semplice, mi piace essere terrorizzato.”
“Terrorizzato? Terrorizzato da cosa? In un ambiente così calmo e pacifico? Se è terrorizzato qui, come reagisce davanti ad un film horror? Si mette ad urlare e sbraitare?”
“Tu hai mai avuto paura del buio da piccolo? Ti sei mai sentito osservato da qualcuno
appostato nell’angolo più buio della tua camera? Hai mai provato la sgradevole sensazione di non essere da solo in un luogo nel quale dovresti invece esserlo?”
“Sì, certo, penso che ciò sia capitato un po’ a tutti.”
“Queste paure si possono racchiudere in una sola: la paura dell’ignoto! La paura ancestrale di ciò che non conosciamo, di ciò che è oltre il cerchio di luce del focolare che squarciava le tenebre delle notti dei nostri avi. La paura che ci mette al riparo da pericoli e insidie ma che, se non controllata, può portarci anche alla follia. Adesso ti faccio comprendere: guarda quei macigni laggiù, guarda attentamente. Cosa c’è dietro di essi? Non lo sai! Cosa ci potrebbe essere? Probabilmente niente ma…e se ci fosse qualcosa? Cosa ne sai? Niente. Assolutamente niente. Potrebbe essere pericoloso come no. Non lo sai e, quando e se lo saprai, potrebbe essere troppo tardi!”
“Troppo tardi per cosa?”
“Non lo so. Tu lo sai?”
“E come potrei?”
“Allora se non lo sai tu, come posso saperlo io? E’ questo il bello: l’ignoto! Pensa adesso al vulcano che copre completamente la città a nord, immagina quante cose non sappiamo. Cosa sarà successo in città? Una nave potrebbe aver perso il controllo e avere distrutto il molo, o un aereo potrebbe essere precipitato causando migliaia di vittime, e noi adesso non lo sapremmo. Guarda l’orizzonte: oltre ad esso non sappiamo cosa potrebbe esserci. Oltre quella linea potrebbe esserci qualsiasi cosa, qualcosa di noto ma anche qualcosa di ignoto. Chi lo può sapere?! Sembra tutto abbastanza preoccupante finora, vero? Ma non è ancora finita. Alza gli occhi al cielo e trema! Pensa a quello che c’è oltre la nostra sottile atmosfera. Pensa per esempio ai giganteschi diavoli di plasma che danzano nella cromosfera solare mossi e sostenuti dai campi magnetici più potenti del Sistema Solare e che sono pronti a scagliare quella spropositata quantità di particelle cariche nella nostra direzione. Immagina i milioni di corpi rocciosi che vagano indisturbati per gli spazi interplanetari pronti a schiantarsi su di noi e a cancellarci per sempre. Le cose però si fanno molto più interessanti là fuori, fuori dal nostro Sistema Solare, fuori dalla nostra amata casa, dove per noi è quasi tutto ignoto. Probabilmente quelli che vivono lassù proprio ora ci stanno guardando, stanno ascoltando le nostre trasmissioni radio. Nascosti negli angoli più reconditi del cosmo, nelle tenebre o nel bagliore delle loro stelle, loro ci controllano e magari decidono del nostro destino.”
“Lei mi sembra un po’ troppo paranoico. Comunque adesso torniamo dentro. Dobbiamo ottenere gli spettri della cometa. Stasera è al perigeo e nessuna cometa è mai stata osservata così vicina alla Terra. Non possiamo perdere questa occasione.”
“Ah sì, giusto, gli spettri. E non ti dimenticare che dovremo provare a riprenderne il nucleo, non vorrei mai dimenticarmene” disse con tono sarcastico il vecchio. “Trovo molto più interessante questa attività di contemplazione, ma il lavoro è lavoro, purtroppo!”
I due guardarono un’ultima volta a sud-ovest dove, a qualche decina di gradi sopra l’orizzonte, troneggiava una cometa che occupava più di un quarto del cielo con la sua coda di polveri e con la coda di ioni che si allungava nella volta celeste, fino a svanire tra le stelle.
Loro la guardarono, lei li guardò, e loro, inconsapevoli, tornarono nell’osservatorio.