Mi ricordo le storie che i ragazzi di quinta raccontavano sulla gita in Grecia,  parlandone sempre come un’esperienza formativa, quasi come se fosse ciò che distingue il ragazzo dall’uomo.

RIleggendo i testi che avremmo poi pubblicato in questa sezione ho rivisto quelle storie di introspezione e di esperienze ai limiti del mistico, intrise d’emozione ed esaltate come qualcosa di indimenticabile.

Allo stesso tempo comprendevo che quelle esperienze non assomigliano alla mia, ben lontana dalle figure di sublime narrate dai miei compagni.

Niente poesie, niente visioni di tempi perduti, niente esperienze trascendentali del concetto di tempo. Solo bei ricordi di una gita con gli amici, con un sacco di brutte foto a testimonianza e delle storie divertenti da raccontare.

Comprendevo anche però che non ero solo, che per molti dei miei compagni la gita era stata simile, discussioni con amici, selfie mossi e belle esperienze, una gita nella quale ci eravamo avvicinati e nella quale avevamo potuto esplorare in modo più intimo la psiche degli altri, vedendoli sotto nuove luci e anche rivalutando alcuni. Ma fra questo e i racconti di alcuni delle Meteore c’è molto.

Forse sono io, troppo legato alla mia percezione del mondo e incapace di assorbire totalmente la bellezza di tali paesaggi, di farmi trasportare dal loro sublime, o forse le gite non sono uguali per tutti, il concetto di indimenticabile è molto soggettivo e quello che la gente racconta poi quando torna da un viaggio non è esattamente quello che ha vissuto, forse sono solo quelli che vivono queste esperienze esoteriche a scrivere poi sui giornali e nei saggi, distorcendo lentamente l’idea della gita stessa fino a che non viene vissuta e si crede di aver sbagliato qualcosa se non corrisponde all’ideale. Forse dovremmo solo goderci la gita per quello che è, senza farci troppe domande.