di Arianna E. Oian

Lo straordinario viaggio di Nujeen è il nuovo romanzo di Christina Lamb scritto assieme a Nujeen Mustafa, una giovane profuga siriana che ora vive nel nord della Germania.

La giornalista era già famosa per aver contribuito alla stesura del libro io sono Malala, con Malala Yousafzai, la ormai famosa attivista pakistana censita del premio Nobel per la pace del 2014.

Nel suo nuovo sulla situazione in Medio Oriente, riguardante la vita di questa ragazza siriana, abbiamo una visione estesa delle guerre che stanno indebolendo e dividendo il Medio Oriente e capiamo perché tante persone fuggono dai loro paesi nativi per arrivare in Europa e trovare migliori condizioni di vita.

Nujeen è una ragazza curda che vive a Manbij, vicino a Raqqa, in Siria ed è affetta da una paralisi cerebrale sin dalla nascita, ciò significa che la zona cerebrale adibita al movimento  è lesionata e la persona non può controllare i propri arti. Per la giovane siriana questa malattia affligge le gambe, perciò sin da piccola non ha potuto camminare da sola o senza l’aiuto di un deambulatore. Nujeen però è molto intelligente e si sente in dovere, verso sé e la propria famiglia, di colmare questo problema fisico con un’ampia conoscenza del mondo e dei fatti, attraverso la televisione, che da adolescente sarà fondamentale per compiere il suo grande viaggio.

Fin da piccola colleziona notizie di storia, letteratura, scienze e inglese e trascorre fino ai 16 anni la sua vita davanti alla televisione e senza, quasi mai, uscire di casa a causa della disabilità motoria. La sua famiglia piuttosto numerosa, undici componenti, cerca in tutti i modi di farla crescere serenamente tra le difficoltà di una cittadina piuttosto isolata e  chiusa. Infatti la famiglia di Nujeen è curda e sebbene siano musulmani vengono malvisti dai concittadini. La famiglia spera che un giorno si possa finalmente dare al popolo curdo un suo territorio chiamato Kurdistan. Infatti la popolazione è divisa, in maggioranza, tra la Turchia, Iran e Iraq, ma vengono da sempre additati come stranieri.

Quando Nujeen ha 4 anni si trasferisce assieme alla famiglia ad Aleppo perché così potrà avere le cure mediche necessarie per migliorare la propria condizione, intanto sua sorella Nasrine inizia la facoltà di fisica all’Università e le altre due sorelle Nadha e Nahra si sposano. Purtroppo però gli alleati del dittatore Bashar al-Assad controllano la città e chiunque venga sorpreso a criticare il suo regime viene portato nelle prigioni e torturato fino alla pazzia.

In seguito alla sconfitta di Mubarak in Libia, i giovani siriani in tutto il Paese pensano di poter dare inizio a una rivoluzione per potersi liberare della dinastia degli Assad e porre fine al regime di terrore. Purtroppo Bashar è agguerrito e quando la ribellione tocca Aleppo, riesce a sedare la rivolta, uccidendo i ribelli, i cui capi vengono esposti nella piazza principale della città. Molti componenti dei gruppi, appartenenti all’ESL o all’YPG (partiti per la libertà, di cui il secondo capeggiato dai curdi), vengono uccisi e quotidianamente diverse parti della città vengono assaltate. Ogni zona della città appartiene a una delle due fazioni che cercano di avanzare. Bashar utilizza bombe per distruggere la roccaforte dei ribelli e sistematicamente quasi tutti gli edifici della città vengono abbattuti assieme al suk e alla parte antica di Aleppo. Ormai la situazione è troppo pericolosa e la famiglia della ragazza torna nella piccola Manbij, pur non essendo al sicuro neanche lì.

In contrapposizione ai fedeli di Assad si crea un nuovo gruppo di fedeli musulmani che con la violenza prende il controllo del paese. Questo gruppo si chiama Jabhat al-Nusra, comunemente da noi chiamato Isis. Inizialmente si preoccupa di distribuire vivande e cure alla popolazione locale per guadagnare la loro fiducia, ma in poco tempo inizia un vero e proprio regime costruito sul fanatismo. Le donne non possono uscire dalle abitazioni senza il velo e devono ubbidire al capo famiglia senza obiettare, filosofia che non si sposa con la famiglia di Nujeen.

Manbij intanto inizia a crollare. La città si trova sulla via diretta per Raqqa, roccaforte della fazione jihadista e i bombardamenti di Assad e dei paesi occidentali continuano a uccidere e portare terrore. Così, stretta tra due morse agguerrite, la famiglia della giovane prende la decisione più dura, ma necessaria per la sopravvivenza: abbandonare a tempo indeterminato la Siria.

Tra terrore, grandi rischi, tristezza la famiglia riesce a raggiungere la Turchia che ancora per poco tempo accoglie i profughi siriani, spaventati dai due regimi. Questo viaggio si rivela molto difficoltoso anche per la presenza della ragazza disabile,  stanca e sofferente del caldo cocente.

Date le circostanze terribili in cui versano anche le città di confine, Ayee e Yaba, i genitori della ragazza, capiscono che la salvezza delle figlie è in Germania e così, con pochi averi, Nujeen, le sorella Nasrine e Nahda iniziano il loro viaggio.

Fortunatamente riescono a non dare le proprie impronte digitali che le avrebbero rese rifugiate e non avrebbero consentito loro di viaggiare. Dopo molte peripezie arrivano nella città tedesca di Saalach. Passando per Monaco, riescono con un treno a giungere Colonia, dove le avrebbe accolte il fratello Shiar.

Dopo una breve permanenza in un campo profughi in zona, il governo tedesco assegna loro un appartamento a Wesseling e finalmente inizia una nuova vita. Con gioia le ragazze possono riprendere gli studi, Nujeen per la prima volta nella sua vita si reca in una scuola per ragazzi speciali come lei. Non ci sono più le bombe che la svegliano nel cuore della notte, può non indossare il velo per le strade e ricevere le cure mediche che le mancavano da quando aveva abbandonato Aleppo.

Purtroppo i frequenti attacchi dei terroristi spaventano la popolazione locale, i profughi vengono guardati con disprezzo e Nujeen si sente in dovere di mostrarsi riconoscente verso la sua nuova casa. Non sono soltanto numeri o statistiche, sono individui che cercano la salvezza e non tutti sono terroristi.

Leggere questo libro mi ha fatto vivere un’esperienza veramente interessante. I telegiornali offrono una visione solamente europea della situazione e molto distaccata dalla  sensibilità e dal quotidiano di queste popolazioni. Noi le vediamo su uno schermo che viaggiano e arrivano. Le vediamo per le nostre città, vie e paesi e molti vorrebbero rimandarle nelle zone d’origine,  tra le braccia del nemico. Per questo l’Europa sta fallendo miseramente. Ci vantiamo di essere più aperti degli altri paesi, degli USA, dell’Oriente e del Sud del mondo,  invece sappiamo troppo spesso guardare con disprezzo alle persone che fuggono per buone ragioni, non per prendere il nostro lavoro e impedire una maggiore occupazione lavorativa ai giovani; questa è una mentalità chiusa, che non giova al nostro mondo globalizzato, e non dovrebbe appartenere ai giovani; molti di loro sono colti e non sono soltanto dediti alla delinquenza, ai furti o allo stupro.

Alcune persone sono indolenti nel loro vivere, non si impegnano, vogliono solo divertirsi chiudendo gli occhi davanti ai problemi. Ed è soprattutto questa categoria che si lamenta. Non producono e accusano gli stranieri di rubare loro le opportunità. Spesso si crede che l’unico problema interno del paese siano i migranti e non la politica devastante degli ultimi anni, la corruzione, la perdita di moralità, la mafia, le associazioni fraudolente, gli evasori, i capi che sfruttano i dipendenti o più in generale la legge del più forte.

Spesso Nujeen nel libro ringrazia moltissime persone che l’hanno aiutata nel viaggio, molti profughi hanno sospinto la sua sedia a rotelle per le strade tortuose della Grecia e della Serbia, le hanno rivolto una parola gentile, l’hanno ascoltata e trattata come una persona normale, non come un problema della società da lasciare a morire nel Mediterraneo. Sono stati essenziali per lei, la cortesia e la fratellanza hanno salvato questa ragazza e lei sarà sempre riconoscente.

Ogni tanto mi chiedo: e se fossi io una di loro? Come mi sentirei se venissi trattata così da un uomo, un umano come me che non mi aiuta. Prima di tutto siamo esseri umani, non un colore, una bandiera o un nome. Siamo tutti uguali e fallibili allo stesso modo. Nessuno è immortale e non si dovrebbero trattare in questo modo le persone in difficoltà. Noi europei, in quanti siamo emigrati? Migliaia di migliaia. Abbiamo portato i nostri difetti ovunque. Nelle Americhe e in Africa abbiamo dato il peggio di noi stessi, basti pensare agli  Aztechi e agli Indios sterminati da spagnoli e inglesi, rimangono ora solo nativi, chiusi in riserve come animali allo zoo, gli unici veri americani. Abbiamo invece portato tante novità assolutamente non necessarie: la mafia, le armi e la violenza.

L’Africa è un territorio meraviglioso, col suo paesaggio, le sue terre, le sue tradizioni, il cibo e la musica, quanto è stato sfruttato dall’Europa nell’ultimo secolo e quanto abbiamo guadagnato lasciandolo nella povertà? Persino la nostra crisi di oggi porta ricchezze a personaggi oscuri e nascosti che non riusciamo a identificare, ma che tessono le fila e con il traffico di vite guadagnano miliardi. Il nostro colonialismo ha portato a questo, solo curando questa sete di ricchezze, i paesi medio orientali potranno stabilizzarsi e i profughi saranno felici di tornare nella loro Patria. Questo non accadrà in un giorno, o in un anno, ma se le persone e la politica iniziano a crederci prima o poi si realizzerà veramente una Pace quasi mondiale. Lunga, complessa e ardua, ma se non ci proviamo chi lo farà al nostro posto?