di Elisa Stama e Nina Loro
No Other Land, Oscar per il miglior documentario nel 2025, ha fatto da megafono per le vicende della distruzione di molte comunità palestinesi in Cisgiordania, altrimenti quasi invisibili.
Il 7 novembre alcune classi della nostra scuola si sono recate al cinema Visionario per la visione del documentario No Other Land, dei registi israelo-palestinesi Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor e Hamdan Ballal.
Il documentario, le cui scene sono state registrate tra il 2019 e il 2023, è uscito nel 2024 e racconta della progressiva cancellazione di comunità palestinesi nel sud della Cisgiordania, attraverso le testimonianze dirette di chi ci vive e del lavoro di attivisti sia palestinesi che israeliani.
Viene seguita in particolare la storia di Masafer Yatta, un’area rurale composta da piccoli villaggi nelle colline a sud di Hebron. Qui da generazioni vivono comunità di pastori e agricoltori palestinesi, molte delle quali di famiglie che coltivano la stessa terra da decenni, spesso in condizioni estremamente precarie. Le loro abitazioni – grotte abitate storicamente, tende, case di pietra – sono costantemente minacciate da ordini di demolizione e restrizioni militari. La zona, infatti, è stata dichiarata Zona di Fuoco 918, quindi poligono di tiro dall’esercito israeliano, nei primi anni ‘80, e dal quel momento gli abitanti dei villaggi sono spesso aggrediti dai coloni armati con l’obiettivo di espellerli; perciò vengono picchiati e vedono le proprie case distrutte di fronte ai loro occhi senza avere diritto di opporsi, in quanto queste procedure sono considerate legali dalla Corte Suprema Israeliana.
Le scene mostrate in No Other Land sono state in gran parte registrate proprio dal palestinese Basel Adra, che ha ripreso le demolizioni di case, di infrastrutture energetiche e altri mezzi di sussistenza, tra cui l’unica scuola di Masafer Yatta; mentre si susseguono le distruzioni Basel si trova a contatto con il coetaneo Yuval Abraham, giornalista israeliano che lo affiancherà nelle riprese e nell’attivismo mediante la pubblicazione di articoli sulla situazione in Cisgiordania. Attraverso questa dinamica si può osservare come non esista un dualismo tra due fronti opposti, quello israeliano e quello palestinese, ma come l’accettazione reciproca permetta di instaurare un dialogo sulla situazione politica. Basel e Yuval si trovano però comunque in situazioni del tutto diverse: uno, palestinese, è costretto a rimanere in Cisgiordania e teme l’arresto costantemente; l’altro, israeliano, è libero di muoversi e di scegliere ciò che desidera per la sua vita. Uno è abituato all’impotenza e alla lentezza della lotta contro la crudele occupazione israeliana, l’altro invece ha l’impazienza di chi spera di innescare un cambiamento solo attraverso la documentazione.
Nel quadro della pressione imposta da Israele con cui i due attivisti si sono trovati faccia a faccia si collocano anche gli insediamenti dei coloni. Nella Zona di fuoco 918 infatti, nonostante l’illegalità della costruzione di edifici, sono sorti insediamenti israeliani protetti dall’esercito. Questi attaccano in modo violento la popolazione locale, danneggiando e intimidendo, senza alcuna conseguenza legale. Ma le conseguenze arrivano invece a Yuval e Basel: il primo viene minacciato, e accusato di antisemitismo, il secondo deve mettere da parte l’attivismo per prendere il lavoro del padre Nasser, anche lui attivista ed arrestato durante una manifestazione.
In mezzo a queste immagini di demolizioni e di vita interrotta, la presenza di Basel e Yuval permette di spostare lo sguardo su ciò che spesso resta invisibile: le persone. Dietro le riprese non ci sono soltanto due registi, ma due ragazzi della stessa generazione che vivono la stessa realtà, ma in condizioni diverse e imparano a guardarsi senza nascondere la frattura che li separa. Basel, cresciuto tra case di pietra destinate a essere distrutte, porta addosso il peso di un luogo che teme di perdere; Yuval, israeliano, entra in quello stesso luogo da ‘straniero’, osservato con diffidenza da chi ha imparato a temere tutto ciò che proviene dall’altra parte. Il film non condanna questa tensione ma invece decide di trasformarla in una lente attraverso cui capire meglio il loro rapporto. L’amicizia tra i due infatti non nasce dalla somiglianza, ma dall’urgenza comune di testimoniare ciò che accade. E proprio questa collaborazione, così incerta eppure possibile, permette allo spettatore di vedere gli abitanti di Masafer Yatta non come vittime anonime, ma come famiglie che lottano per non abbandonare la terra che dà loro identità. Nel corso del documentario, la loro relazione evolve insieme alla violenza che continua a colpire Masafer Yatta. Basel, costretto a vedere crollare pezzo dopo pezzo la vita della propria comunità, porta sulla pelle una stanchezza che non si può ignorare. Yuval invece, filmando tutto ciò che l’esercito compie, si trova per la prima volta a confrontarsi con il dolore di cui, in quanto israeliano, rischia di essere percepito come complice. Questo crea tra i due una tensione silenziosa ma profonda: Basel rappresenta chi non può andarsene, Yuval chi può scegliere. Ed è proprio questo squilibrio che rende la loro collaborazione ancora più preziosa. Non sono uguali, non vivono lo stesso destino, ma si incontrano dove le immagini diventano l’unico modo per dare voce a chi non ne ha.
I professori hanno deciso di proporre questo film sia agli studenti del biennio che a quelli del triennio, facendo sì che i ragazzi potessero affrontare il tema della guerra israelo-palestinese in maniera più umana rispetto al solito, conoscendo i fatti e le sorti della gente che vive il conflitto in prima persona.
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