di Matilde Graziano e Federica Baldassi

Colori sgargianti, odori di un altro mondo, l’azzurro del mare, il vociare degli abitanti dai sorrisi caldi e gli occhi luminosi: è questo che ci ha accolto in Sicilia.

Attraversando le stradine strette e variopinte, passando tra le bancarelle dei più famosi mercati, abbiamo sentito un calore unico, difficile da descrivere a parole.Fa quasi impressione pensare che in una città bella come Palermo, ci sia stato (e ci sia ancora) un mostro così grande. Un mostro, sì, perché quando si parla di Mafia è l’unico termine che ci viene in mente.Durante questi cinque giorni di viaggio di istruzione “Sulle orme della legalità”, abbiamo toccato con mano il dolore che hanno vissuto le vittime di mafia.Con empatia abbiamo ascoltato ciò che è più potente al mondo: la parola.

Da Gregorio, collaboratore e amico di don Pino Puglisi, ad Antonio, fotografo della strage di Capaci, e infine alla cognata di Peppino Impastato, abbiamo ripercorso le contraddizioni di questa terra dove c’è chi vive per delinquere e chi invece sacrifica la propria vita per l’amore della giustizia.In questo breve, ma intenso lasso di tempo noi tutti ci siamo sentiti siciliani.Sembrava di riconoscersi nei sorrisi dei bambini salvati da Puglisi, eravamo anche noi gli abitanti di Capaci e tutti abbiamo percorso insieme a Peppino quei 100 passi che l’hanno portato alla morte.Mentre esploravamo quei luoghi a noi sconosciuti, ci sentivamo “picciotti”, come bonariamente ci chiamavano alcune guide. Ed è questo che ci farà crescere e maturare: l’esperienza di esserci sentiti coinvolti in avvenimenti che non ci riguardano direttamente.

Forse non cambieremo il mondo, dei diciassettenni di Udine non possono fermare la mafia, ma possiamo mantenere viva la memoria, raccontare ciò che abbiamo sentito e non smettere di pensare al valore di ogni singolo eroe che è riuscito a combattere il “grande mostro”.