di Sara Candussio

Lo spin-off della famosissima saga, Rogue One: a Star Wars story, diretto da Gareth Edwards e collocato tra il terzo e il quarto episodio, ovvero tra “La vendetta dei Sith” e “Una nuova speranza”, ha la capacità di stupire anche il più informato fan di Guerre Stellari.

La storia colma la voragine tra i due film raccontando quello che nel quarto episodio viene narrato come un gesto di straordinario coraggio e sacrificio: recuperare i piani della Morte Nera, la temibile arma di distruzione e quartier generale dell’Impero.
La trama segue e combacia con i precedenti episodi, ma viene inquadrata diversamente: i protagonisti non sono degli eroi convenzionali, ma persone che hanno in comune una missione, un obiettivo.
Forse quello che stupisce di più è la componente umana e inedita dei personaggi, non identificabili come “buoni” o “cattivi”, ma come vere e proprie persone, affini a noi molto più che gli eroi della saga originale.
Un punto a favore di Rogue One è il fatto che è destinato ad un pubblico più adulto di Star Wars: il Risveglio della Forza, caratterizzato da una trama senza dubbio interessante, ma classica: lo spin-off è a tutti gli effetti un film di guerra, che insegna il valore di credere in un ideale comune, che sfida le differenze dei diversi personaggi.
Non mancano colpi di scena e cambi di tempo, che danno un ritmo alle vicende raccontate.
Ammirevoli le performance di Felicity Jones (Jyn Erso) e Diego Luna (il capitano Cassian Andor), accompagnate dalle perle di recitazione fornite da Mads Mikkelsen (Galen Erso).
Il film si distingue dagli altri della saga per la mancanza di quel “lieto fine” che caratterizza gli altri, presenta una profondità ed una delicatezza diversa, che non si rivela nei dialoghi, mai nei gesti, spesso inattesi e pieni di significato.
Perché molto spesso, soprattutto uomini come quelli che si possono vedere in Rogue One, hanno la guerra negli occhi e una freddezza dovuta alla paura nei cuori, e la poesia si trova nelle loro scelte e nelle loro azioni.
Le cose che credo mi siano piaciute di più del film sono lo spessore psicologico e la concezione totalitaria, adulta, dei protagonisti. Uomini ruvidi che creano un legame forte e instabile, possibile causa di qualche lacrima.
Il finale si ricollega all’inizio del quarto episodio, chiude l’anello lasciato aperto da George Lucas riuscendo ad emozionare gli spettatori e a far capire quanto eroico fosse stato il gesto della “truppa” di Rogue One che si era impegnata a recuperare i piani della Morte Nera.
Il vero e inedito finale diventa quindi quello in cui i protagonisti riescono (no spoiler) a recuperare i piani e ad inviarli alla nave ribelle che li condurrà dalla principessa Leila.
Ritengo scontato soffermarsi a considerare anche il peso degli effetti speciali e delle immancabili scene di battaglia, che molto spesso abbiamo visto in Star Wars ma che ammirevolmente in questo film appaiono nuove, poiché Rogue One è stato nominato agli Oscar per il miglior sonoro (a cura di Andy Nelson) e i migliori effetti speciali.
Uno dei film più tecnicamente curati dell’anno, insomma.
Consigliatissima la visione, film spettacolare sotto tutti i punti di vista.