Sicuramente uno degli eventi per cui verrà ricordato il 2016 è l’elezione presidenziale negli Stati Uniti, che io ho avuto la fortuna di vivere in prima persona, in quanto sto trascorrendo l’anno di studio all’estero proprio nel continente americano. Inoltre, vivendo qua, ho potuto capire come funziona il sistema elettorale e come la gente vive i giorni precedenti e successivi all’elezione

Come molti probabilmente non sapranno, il sistema elettorale degli Stati Uniti ha una struttura piuttosto complessa, dovuta in parte alla forma federale dello stato. Gli Stati Uniti d’America sono una Repubblica presidenziale federale composta da 50 Stati e da 1 distretto, il Distretto della Columbia. Il Presidente non è solo il capo dello Stato, a livello federale esercita il Potere esecutivo, mentre il Potere legislativo è affidato alle due Camere del Congresso (Camera dei Rappresentanti e Senato). Inoltre è il capo delle forze armate, ha la facoltà di convocare il Congresso e di nominare i consiglieri.

I requisiti previsti dalla Costituzione per poter proporre la propria candidatura come Presidente sono tre: avere compiuto almeno 35 anni, essere cittadino americano per nascita, risiedere negli USA da almeno 14 anni. Il diritto di voto spetta a tutti i cittadini che abbiano compiuto i 18 anni.

Al contrario di quanto molti pensano, però, gli Stati Uniti non eleggono direttamente il presidente: lo fanno attraverso i cosiddetti “grandi elettori”. Alle elezioni presidenziali ogni stato esprime un numero di grandi elettori pari alla somma dei suoi deputati e dei suoi senatori: dato che il numero di parlamentari espressi da ogni stato dipende dalla sua popolazione, lo stesso vale per i grandi elettori. Gli stati più popolosi, insomma, esprimono più grandi elettori degli altri. Per esempio, io abito in Texas, che essendo il secondo stato per popolazione, ha il diritto a 38 “grandi elettori”, a differenza del Vermont, che essendo uno dei meno popolosi ne ha solo 3. I grandi elettori sono in tutto 538: per diventare presidente bisogna ottenerne la maggioranza assoluta, quindi 270. Per come funziona il sistema maggioritario, però, è possibile che un candidato possa ottenere la maggioranza dei voti totali ma la minoranza dei grandi elettori, e quindi perdere le elezioni. Proprio per questo motivo alcuni dicono che il sistema elettorale americano non è del tutto democratico.

Il Partito Repubblicano e il Partito Democratico sono i due principali partiti politici. Questi due partiti hanno una funzione perlopiù elettorale e svolgono un ruolo decisivo durante la selezione e la nomina dei candidati alle elezioni presidenziali. Il Partito Repubblicano, di cui fa parte l’attuale presidente Donald Trump, venne fondato nel 1854 con lo scopo di limitare e mettere fine al sistema schiavistico degli Stati Uniti del Sud. Invece, il Partito Democratico, che ha portato Barack Obama alla vittoria durante le elezioni del 2008 e del 2012 e di cui fa parte Hillary Clinton, è il più antico del mondo ed ha origine dal Partito Democratico-Repubblicano fondato da Thomas Jefferson.

L’ Election Day avviene il martedì successivo al primo lunedì di novembre. Ebbene sì, l’8 novembre 2016 contro le previsioni della vigilia, l’imprenditore Donald Trump è stato eletto 45⁰ presidente degli Stati Uniti d’America. Su di lui se ne sono dette di ogni genere, ma quello che è certo è che non ci si può fare un’opinione su quello che si legge sui social media. Su Facebook dicono che Donald Trump è razzista e maschilista, allora “viva” Hillary; non è esattamente così che funziona. Sicuramente la maggior parte degli Americani e non solo, concorda col dire che i due candidati sono i peggiori che gli Stati Uniti abbiano mai avuto.

Donald Trump ha portato avanti una campagna elettorale quasi perfetta, fin da subito molto agguerrita. Contro Hillary Clinton e il presidente Obama, sono state scagliate accuse pesantissime. Ma è soprattutto contro la candidata democratica che Trump se l’è presa, definendola una persona corrotta e bugiarda (scandalo delle email, ma non solo) e che merita di finire in galera. Accusa ribadita più volte anche durante i dibattiti in diretta tv.

Fin da subito Trump ha giocato tutto sulla provocazione. La prima miccia l’ha accesa contro i migranti, dicendo di voler costruire un muro al confine con il Messico per impedire il loro ingresso illegale nel Paese. Ed ha promesso di deportare tutti i clandestini. Poi ha preso di mira i musulmani, dicendo di voler bloccare il loro ingresso per motivi di sicurezza. Ordine e sicurezza, il suo primo impegno. Il tutto per un obiettivo più grande: “Make America great again”. Ma come? Rilanciando l’economia, creando nuovi posti di lavoro, abbassando le tasse, rimettendo in discussione tutti i trattati commerciali che penalizzano gli Usa. E in politica estera? Accantonare i disastri combinati da Obama, risolvendo una volta per tutte la guerra contro l’Isis e trovando un punto d’incontro con Putin e la Cina. Queste sono le premesse e le promesse, staremo a vedere se il nuovo presidente riuscirà a mantenerle.

Queste sono state le parole di Trump nel discorso a seguito della vittoria: «È giunto il momento di cicatrizzare le ferite, il popolo americano è uno solo e dobbiamo essere uniti. A tutti i repubblicani e democratici e indipendenti nel Paese, io dico, è arrivato il momento di essere un popolo unito. Lo prometto a tutti i cittadini del Paese. Sarò il presidente di tutti gli americani e questo è estremamente importante per me». Inoltre, i repubblicani non solo hanno vinto la presidenza, hanno anche conservato la maggioranza sia al Senato sia alla Camera dei rappresentanti.

Anche qua in Texas ha vinto il repubblicano Trump con il 58% dei voti. La sua vittoria nel mio stato, tuttavia, era quasi scontata, essendo da sempre il Texas, come molti altri stati del Sud, repubblicano e conservatore, a causa anche del confine con il Messico. A scuola, nei giorni precedenti e successivi alle elezioni i ragazzi non parlavano d’altro, come d’altra parte è giusto che sia. Una cosa che mi ha però stupito è la posizione dei professori, in quanto non autorizzati a discutere di politica. In nessuna delle mie lezioni infatti è stato affrontato l’argomento elezioni. E anche dopo le ripetute domande dei ragazzi: “Ma prof lei cosa ne pensa delle elezioni?”, la risposta era sempre la stessa: “non mi è consentito parlarne”.

Giulia Zanin