Valentina Sartor (5^F)

Oggi siamo andati al campo di concentramento di Mittelbau-Dora. Il cielo era grigio, uniforme, piatto; i prati erano verdi, punteggiati da piccoli fiorellini bianchi, rosa, gialli, viola. 

Ho immaginato più volte che ogni petalo di ogni fiore fosse in realtà ciò che rimane di una delle migliaia e migliaia di persone che hanno calpestato quel suolo, distrutte.

La prima parte della visita è stata anche la più forte e interessante. Siamo entrati nelle gallerie dove gli internati erano obbligati a produrre i pezzi necessari all’assemblamento dei missili V2. 

Le gallerie. Buie, ma buie. Buie nella luce, buie nella pietra, buie nei resti scomposti e arrugginiti di quelle che sarebbero diventate armi di distruzione di massa, buie nel cupo rimbombo dei nostri passi sulle passerelle. Ma soprattutto, buie nel silenzio. Una volta che il gruppo si fermava ad ascoltare la guida, io rimanevo in fondo, immersa nel buio del silenzio. Questi spazi immensi, abbandonati. Spazi immensi scavati nella roccia scura, roccia che ne ha viste più negli ultimi cent’anni che in tutta la sua vita millenaria. 

Tuttavia mi aspettavo altro. Mi aspettavo di sentire. Di sentire molto. E invece, silenzio, solo silenzio.

Sarà che non ho orecchie per sentire, cuore per ascoltare. Sarà. Però c’era solo silenzio, un infinito mare di silenzio. 

Come se quei luoghi avessero già detto

Come se avessero già urlato, gridato, implorato, pregato

Come se avessero già detto tutto, ed ora preferissero stare in silenzio, non sprecandosi per degli stupidi turisti che arrivano con la loro brava corriera e pretendono di fare finta di commuoversi. 

Come se avessero già detto tutto, ma nessuno li avesse ascoltati veramente; se ne stanno lì, nel freddo, nell’umidità. Stanno e basta, ché non esiste persona al mondo in grado di comprendere pienamente ciò di cui sono stati muti testimoni.